I premi Oscar all’Italia

Breve rassegna delle statuette conquistate dal cinema italiano

Il Premio Oscar esiste dal 1928 e molti sanno che il nome è dovuto ad una battuta della segretaria dell’organizzatore della prima edizione, il quale – mostrando alla ragazza il prototipo della statuetta da assegnare quale premio – la sentì esclamare: “Sembra mio zio Oscar!”. E così si chiama tutt’oggi. Chissà cosa sarebbe accaduto se lo zio della segretaria dell’”inventore” del premio si fosse chiamato Charles, Robert, Reginald, Walter! Oscar non è un gran bel nome di persona, però non ci appare così brutta o ridicola l’espressione “Premio Oscar”, oppure dire ad un amico: “Andiamo a vedere quel film che ha vinto l’Oscar”. Non credo che il “Premio Reginald” o il “Premio Bob” avrebbero avuto la stessa credibilità.

Qui ci occuperemo, in rapida rassegna, degli Oscar che hanno attraversato l’oceano per giungere nella nostra penisola. L’Italia è una delle nazioni più premiate di tutti i tempi, anche se dobbiamo attendere il 1947 per l’arrivo della prima statuetta, grazie a “Sciuscià” (1946) di Vittorio De Sica (miglior film straniero 1947). Il film narra la storia di due giovanissimi lustrascarpe napoletani, nell’Italia devastata del dopoguerra, raggiungendo uno dei più elevati picchi qualitativi del Neorealismo. Costato pochissimo, è uno dei massimi successi dovuti alla bontà di un’idea e di una sceneggiatura, in barba alle produzioni ricche e complesse. Attori di strada, dignitosa povertà e degrado post-bellico. Il titolo deriva dal termine americano “shoe-shiner” che, appunto, significa “lustrascarpe”. Inizialmente fu un fiasco in Italia, ma dopo aver vinto l’Oscar tornò nelle sale ottenendo anche il successo di pubblico. Il solo Interlenghi rimarrà attore. Decisive, dietro il film, le presenza di Zavattini ed Amidei, accanto a De Sica.

Due edizioni dopo giunge il bis di De Sica, con “Ladri di biciclette” (1948), miglior film straniero per il 1949. Altro capolavoro del Neorealismo, drammatica storia di un disoccupato che ha nel possesso di una bicicletta (acquistata con enormi sacrifici) l’unica possibilità di lavoro e, di conseguenza, l’opportunità di riscatto. Il dramma nasce nel momento in cui l’uomo viene derubato della bicicletta. Anche questa pellicola è frutto della straordinaria collaborazione tra De Sica e Zavattini.

Del 1955 è il primo successo di un’interprete italiana, la grande Anna Magnani, premiata quale miglior attrice protagonista per “La rosa tatuata”, un film – a dir il vero – nient’affatto straordinario, del periodo hollywoodiano della grandissima attrice italiana. Nel 1961 un’altra attrice italiana, Sophia Loren, vince lo stesso premio, per l’interpretazione ne “La ciociara”.

Sono anni molto prolifici per l’Italia agli Oscar. Nel 1956 Federico Fellini si aggiudica la prima statuetta di una lunga serie, con “La strada” (1954), sempre nella categoria “miglior film straniero”. Storia di una strana coppia, Zampanò (Anthony Quinn) e Gelsomina (Giulietta Masina); lui, artista di strada, poco più che uno sbandato, imponente fisicamente, incapace di qualsiasi sentimento, gira la penisola a piegar sbarre e a stupire piccole platee con la sua forza. Lei, piccola ed ingenua, è soggiogata e profondamente affezionata all’uomo. Quando Gelsomina capirà che Zampanò è incapace di volerle anche un minimo di bene, e si sarà stancata dei soprusi psicologici subìti, avrà il coraggio di abbandonarlo.

Straordinario bis del grande maestro – l’anno successivo – con “Le notti di Cabiria” (1956), miglior film straniero 1957. Cabiria è una prostituta romana, profondamente buona e – nonostante tutto – ancora alla ricerca del vero amore. Crede di trovarlo in un impiegato che, invece, la deruba e la picchia selvaggiamente. Cabiria sembra non avere alcuna possibilità di riscattarsi, rimanendo circondata da uomini inaffidabili e sfruttatori. Di altissimo livello l’interpretazione di Giulietta Masina che, dopo “La strada” trova la definitiva consacrazione internazionale.

“Otto e mezzo” (1962) di Federico Fellini viene premiato quale miglior film straniero nell’edizione 1963. L’ideale “derby” tra due autentici fuoriclasse del cinema mondiale, vale a dire Fellini e De Sica, vede quest’ultimo tornare al successo dopo quindici anni, grazie a “Ieri, oggi e domani” (1963), miglior film straniero 1964.

“Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” (1969) di Elio Petri si aggiudica la statuetta per il miglior film straniero nel 1970. Ancora un premio (il quarto!) per Vittorio De Sica con “Il giardino dei Finzi Contini” (1970), miglior film straniero 1971. Pronta la risposta dell’”antagonista” Federico Fellini, anch’egli al quarto successo personale, con “Amarcord” (1973), miglior film straniero nell’edizione del 1974.

“L’ultimo imperatore” (1986) di Bernardo Bertolucci, pluripremiato agli Oscar del 1988, è un caso a parte, risultando trionfatore in molteplici categorie, potendo contare sul fatto di non essere un “film straniero”. Effettivamente, di italiano c’è l’autore e poco altro, tanto che può essere anche considerata una piccola forzatura l’inserimento di questa pellicola nel novero degli “oscar italiani”. Un caso analogo si crea con un’altra co-produzione internazionale, quella de “Il Postino”, con diverse nominations, compresa quella all’appena scomparso Massimo Troisi per la categoria “miglior attore protagonista”, che – purtroppo – non si trasformano in statuette.

Per tornare al successo nella categoria del “miglior film straniero”, si devono attendere molti anni, fino al successo di Giuseppe Tornatore con “Nuovo Cinema Paradiso” (1988), premiato nel 1990, dopo una lunga e difficoltosa opera di promozione del film nel mondo. L’Italia trionfa ancora, grazie a “Mediterraneo” (1990) di Gabriele Salvatores, che brucia sul filo di lana il film cinese di Zhang Yimou “Lanterne rosse”, aggiudicandosi la statuetta del miglior film straniero per l’anno 1992.

Gli attori italiani hanno dovuto attendere (incredibilmente!) il 1999 per aggiudicarsi, con Roberto Benigni, il premio per il “migliore attore protagonista”, tanto che il mancato successo (a fronte di numerose “nominations”) di Marcello Mastroianni resta tutt’oggi incomprensibile.

Nel 1991 Sophia Loren torna sul palco più prestigioso del mondo per ricevere l’Oscar alla carriera. Nel 1993, è Federico Fellini che riceve il suo quinto Oscar, quello alla carriera. Commoventi le immagini che lo ritraggono sul palco insieme con Marcello Mastroianni e Sophia Loren, con una piangente Giulietta Masina che applaude, nascosta tra il pubblico. Poco tempo dopo si spegneranno, a poca distanza l’uno dall’altra, il grande regista e l’attrice, sua compagna di sempre. Da allora, sono da segnalare altri due Oscar assegnati a grandi maestri italiani: il regista Michelangelo Antonioni ed il compositore Ennio Morricone. Nel mezzo, esattamente nel 1999, c’è la triplice vittoria de “La vita è bella” (1997) di Roberto Benigni: miglior film straniero, miglior attore e migliore colonna sonora (del maestro Nicola Piovani).

In questa occasione, utile per qualsiasi curiosità sulla storia della cinematografia italiana agli Oscar, abbiamo preso in considerazione i premi principali, tralasciando – per motivi di spazio – tutti quei premi, e sono tanti, che sono stati meritatamente conquistati dai grandi “artigiani” del nostro cinema (scenografi, costumisti, compositori, truccatori, montatori, esperti di effetti speciali come Carlo Rambaldi, etc.). Esclusivamente per un aggancio all’attualità, menzioniamo soltanto l’ultima edizione della notte delle statuette, contrassegnata dalla vittoria di tanti candidati europei, tra cui gli italiani Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo (per le scenografie di “Sweeney Todd”) e Dario Marianelli (per la colonna sonora di “Espiazione”).

In conclusione, dedichiamo una breve menzione ad altri premi e ad alcune storiche nominations che avrebbero meritato miglior sorte, e che – pur senza trasformarsi in statuette – hanno fatto storia. Ricordiamo l’Oscar per la migliore sceneggiatura conquistato da Pietro Germi, Ennio De Concini e Alfredo Giannetti per “Divorzio all’italiana” (Italia, 1962). Il film, diretto da Germi ed interpretato da Marcello Mastroianni e da una giovanissima Stefania Sandrelli, si era già aggiudicato uno dei massimi riconoscimenti a Cannes. Se abbiamo ricordato l’incredibile non premiazione di Marcello Mastroianni, stimatissimo in tutto il mondo e più volte rientrato nella cinquina delle “nominations”, abbiamo detto anche che abbiamo dovuto attendere il 1999, con Roberto Benigni, perché un attore italiano riuscisse ad aggiudicarsi il premio per il miglior attore protagonista (dimenticati anche Gassman, Tognazzi, etc.). Ma va detto che Giancarlo Giannini conquista una storica nomination, andando ad un passo dalla statuetta, per l’interpretazione di “Film d’amore e d’anarchia, ovvero: stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza…”, di Lina Wertmuller, che permette all’attore protagonista di conquistare anche l’ambitissimo premio per il miglior attore a Cannes. Molti anni dopo, anche il compianto Massimo Troisi sfiora l’Oscar, raggiungendo la nomination per “Il Postino”.

Perfino una commedia divertentissima come “I soliti ignoti” (Italia, 1958), di Mario Monicelli, forse il più riuscito film della grande stagione della commedia all’italiana, riceve una delle cinque nominations per il premio al miglior film, ottenendo un buon successo di critica e di pubblico negli USA. Nel cast, ove servisse ricordarlo, Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Claudia Cardinale, Totò, Renato Salvatori, Carla Gravina, Tiberio Murgia (il mitico “Ferribotte”), Carlo Pisacane (l’altrettanto mitico “Capannelle”).

Si conclude qui la nostra breve storia degli Oscar italiani. Per il cinema italiano, parafrasando il titolo dell’autobiografia di Vittorio Gassman, “un grande avvenire dietro le spalle”. Speriamo si possa tornare ai fasti di un tempo, considerata la frequenza con la quale al nostro cinema venivano riservati i successi più prestigiosi, non solo ad Hollywood, ma anche a Cannes, Venezia, Berlino, etc. Nella seconda metà degli anni Settanta e per quasi tutti gli anni Ottanta non abbiamo dato grandi segni di vita (eccezion fatta per Olmi ed i Taviani, premiati a Cannes, ma ignorati agli Oscar); poi, una bella ripresa c’è stata (Tornatore, Salvatores, Benigni, etc.). Allora, auguri al cinema italiano!