Le cinematografie emergenti del bacino mediterraneo (Libano)

Le produzioni e co-produzioni cinematografiche del Libano le abbiamo trovate, nel precedente articolo, quello dedicato alla Siria

3 – LIBANO

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Le produzioni e co-produzioni cinematografiche del Libano le abbiamo trovate, nella seconda versione appena citata, nel precedente articolo, quello dedicato alla Siria, dove – soprattutto nell’ultimo decennio – il Libano è stato, insieme con il Qatar, partner preferito di co-produzione cinematografica per il martoriato Paese siriano. Ma cominciamo dall’inizio della storia del cinema libanese.
Se nei vicini Iraq e Siria la produzione cinematografica ha raggiunto, e talvolta superato, le cinque-sei pellicole l’anno (cifra non così modesta per quest’area geografica), il Libano è arrivato già negli anni Sessanta ad una media di quindici produzioni annue, almeno fino all’inizio della guerra civile, tra il 1974 ed il 1975. Fino a prima del 1974, il Libano in generale (definito non a caso all’epoca “la Svizzera d’Oriente”) e Beirut in particolare, erano terra felice e meta di affari commerciali e sede scelta non solo per società occidentali ma anche per importanti imprenditori, come l’italiano Felice Riva, già Presidente del Milan di Gianni Rivera, Giovanni Trapattoni, Cesare Maldini e deceduto nel 2017 a Camaiore.
La guerra civile arriva non soltanto dopo tanti anni di ricchezza, spensieratezza e bella vita internazionale, che si risentono nelle ricche produzioni cinematografiche, ma anche dopo alcuni anni resi difficili dall’afflusso dei profughi palestinesi alla fine degli anni Sessanta, dalle azioni militari israeliane dei primi anni Settanta e soprattutto dalle rivendicazioni della parte musulmana della popolazione, che ritiene di essere discriminata a livello economico e politico. Non sono certo un profondo conoscitore di tali questioni, pertanto non voglio né posso prendere le parti per gli uni o per gli altri o dare spiegazioni di tali gravi situazioni sociali e politiche, ma ho voluto far cenno di quanto appena descritto solamente per rendere l’idea di come anche l’industria cinematografica abbia potuto risentire molto negativamente di tutto ciò, con una brusca riduzione delle produzioni, cui ha fatto seguito una non facile ripresa dopo gli accordi di pace del 1989, soprattutto con un filone dedicato prevalentemente proprio ai temi legati alla guerra civile. Successivamente, il Libano attraverserà un’alternanza di momenti di pace e di conflitto, senza tornare più quello di una volta.
Il titolo che ritengo, almeno per le mie conoscenze, il più significativo della fase della cinematografia libanese, quella antecedente il 1974, è “Kafr Kassem”, in co-produzione con la Siria, ma sceneggiato e diretto dal libanese Bohran Alaniye, tratto dal romanzo di Assem Al Jundi, e girato nell’immediata vigilia dei disordini interni al paese. Ambientato nella Palestina occupata dagli Israeliani nel 1956, proprio nella città che dà il titolo alla pellicola, dove la convivenza tra sionisti ed arabi risulta assai difficile, con conseguenze drammatiche che sfociano nel massacro compiuto dall’esercito israeliano il 30 ottobre. Possiamo dare uno sguardo sulla Beirut della guerra civile andando a rivedere lo stesso Alaniye ed il suo “Beyruth al-likaà” (“Incontro a Beirut”, 1981) e Jocelyne Saab con il suo documentaristico “Beyruth, madinati” (“Beirut, la mia città”, 1983).
Tra quei primi anni Ottanta di ripresa sociale e cinematografica e gli anni più recenti, spicca una produzione del 1999, “West Beyrouth”, che è anche il titolo originale e quello per il mercato internazionale. Girato da Ziad Doueiri, con capitali francesi (e, in minoranza, anche belgi e norvegesi) al fianco di quelli libanesi, questo film, portato in Italia dalla Lucky Red di Andrea Occhipinti, si avvale delle musiche di Stewart Copeland (co-fondatore e batterista dei The Police) ed è interpretato da Rami Doueiri (Tarek), Mohamad Chamas (Omar), Rola Al Amin (May), Carmen Lebbas (Hala), Joseph Bou Nassar (madre di Tarek), Liliane Nemry (Riad), Leila Karam (padre di Tarek), Mahmoud Mabsout (la vicina), Fadi Abou Khalil (la proprietaria del bordello). La sinossi. Beirut, 13 aprile 1975, è il primo giorno ufficiale della guerra civile libanese. I passeggeri di un autobus palestinese saltano in aria davanti agli occhi di Tarek ed Omar, due adolescenti che vivono a Beirut Ovest (da qui il titolo del film), settore musulmano della città. Subito dopo le scuole vengono chiuse. Avendo tutto il giorno libero, Tarek ed Omar sono decisi a divertirsi, cercando di ignorare la tragedia in cui sono coinvolti. Fanno amicizia con Mary, una ragazza cristiana, e insieme vanno in giro per la città in cerca di avventure: parlano con i negozianti, con i soldati ed usano una cinepresa super8 per fissare quello che vedono. Ma ben presto la situazione nelle strade si fa più difficile. Tarek vuole a tutti costi far sviluppare il rullino: non si trovano negozi aperti, anzi l’unico è nella parte est, dov’è proibito entrare. Durante una manifestazione, scoppia una bomba. Tarek si rifugia in un taxi ed arriva ad est, si ritrova in un bordello felliniano del quartiere des Oliviers, dove avanza alla titolare la proposta di far incontrare in quel luogo musulmani e cristiani. Viene cacciato ma vi ritorna stavolta insieme ai due amici. Quando riescono a recuperare la strada di casa, Tarek confessa ad Omar di avere paura per l’aggravarsi della situazione. Hala, la madre, dice che è arrivato il momento di emigrare. Tarek è d’accordo con lei, mentre Riad, il padre, vuole invece rimanere. L’amore tra i genitori induce la mamma a cambiare idea. Tarek piange. Le immagini della guerra scorrono. Tarek riprende la mamma con la piccola super8. Film interessante, con qualche lungaggine e qualche situazione di contorno un po’ tirata via, ma nell’insieme un’occasione utile per volgere l’attenzione su una guerra dimenticata, per mettere a confronto aspetti politici, storici, religiosi nel contesto della ricerca di un’identità personale e collettiva.
Forse il film più significativo e di maggior successo della storia del cinema libanese è “Caramel”, del 2007, diretto dall’attrice libanese Nadine Labaki, al suo debutto nella regia cinematografica. È ancor più stupefacente e meritorio trattandosi di un film tutto al femminile, dalla regia, a tutte le protagoniste, alla storia. Non è un caso che il titolo ”Caramel” faccia riferimento ad una tecnica di epilazione usata in Medioriente, che usa zucchero, acqua e succo di limone riscaldati assieme. Tutto ciò può riferirsi simbolicamente al carattere dolce-amaro della vita che emerge nel film, e mostra che, anche le protagoniste, sebbene le relazioni d’ogni giorno possano presentare qualche screzio, tra loro siano come delle sorelle e che ognuna rappresenti una forza per ciascuna delle altre.         Scritto da Nadine Labaki, Jihad Hojeily, Rodney Al Haddad da un’idea di Nadine Labaki, Jihad Hojeily, prodotto con capitali libanesi e francesi, il film è interpretato da Nadine Labaki (Layale), Yasmine Al Masri (Nisrine), Joanna Moukarzel (Rima), Gisele Aouad (Jamale), Adel Karam (Youssef), Siham Haddad (Rose), Aziza Semaan (Lili), Fatme Safa (Siham), Dimitri Stancofski (Charles), Fadia Stella (Christine), Ismail Antar (Bassam). Difficile fare una sinossi, ma ci proviamo in breve, perché qui non siamo dinanzi ad una storia che si allarga fino al climax ed alla risoluzione finale incerta fino all’ultimo, ma direi che ci troviamo più dinanzi ad un dipinto della nuova società femminile libanese evoluta. In ogni caso, si narra della Beirut del momento, di alcune donne che lavorano in un istituto di bellezza, di altre che lo frequentano. Layale, proprietaria del salone, è innamorata di Rabih, un uomo sposato. Nisrine, musulmana, sta per sposarsi ed è angosciata dal fatto che la prima notte di nozze suo marito scoprirà che lei non è vergine. Rima non riesce ad accettare di essere attratta dalle donne ma aspetta con ansia la visita di una cliente dai lunghi capelli che le fanno girare la testa. Jamale, cliente fedele, è ossessionata dalla sua età e dal suo fisico. Rose capisce di aver sacrificato gli anni migliori e la sua felicità per occuparsi della sorella maggiore. Le riprese del film sono finite appena nove giorni prima che scoppiasse la guerra con Israele nel luglio del 2006. La pellicola è stata presentata all’interno della sezione Quinzaine des Réalisateurs del 60° Festival di Cannes ed è stata distribuita in oltre 40 paesi nel mondo, divenendo uno dei film libanesi più conosciuti ed acclamati a livello internazionale, se non il primo in assoluto.
“E ora dove andiamo?” (Libano, Francia, Italia, Egitto 2012 – tit. orig.: “Et maintenant on va où?”, è il titolo del nuovo film della geniale, eclettica e molto affascinante 46enne Nadine Labaki. Tocca, come sempre, tematiche delicate quali Donna, Famiglia, Guerra, Pace, con un cast composto dalla stessa Nadine Labaki (Amale), Layla Hakim (Afaf), Yvonne Maalouf (Yvonne), Antoinette El Noufaily (Saydeh), Petra Saghbini (Rita), Claude Baz Moussawbaa (Takla), Hal Haidar (Roukoz), Kevin Abboud (Nassim) e Caroline Labaki (Aida). Permettetemi di inserire una curiosità che credo in pochissimi sappiano. Tra “Caramel” e questo film, Nadine Labaki viene in Italia, in qualità di attrice, per girare con la regia di Ricky Tognazzi “Il padre e lo straniero” (2010), che avrebbe anche meritato maggior fortuna. In questo film italiano la Labaki è tra le protagoniste, nelle vesti della misteriosa Zaira, con Alessandro Gassman protagonista assoluto. Ma chiusa questa parentesi, per così dire, di ‘cultura generale’, veniamo alla sinossi del nuovo film da regista della Labaki. In un piccolo villaggio libanese l’equilibrio faticosamente raggiunto nella convivenza tra cristiani e musulmani rischia di rompersi di fronte ad improvvise, tanto quanto incontrollabili, tensioni. Amale, la proprietaria del bar, prova, insieme alle altre donne, a pacificare gli animi, intervenendo con coraggio e decisione. Anche di fronte alla morte di un adolescente. Ancora un film coraggioso ed al femminile, che avrà meno fortuna, soprattutto internazionale, del precedente, ma che resta una bella conferma della Labaki anche sceneggiatrice (con un copione irriverente e dinamico, nel quale la tensione drammatica di taglio realistico convive con un periodare da commedia) e regista. Chiudo con una curiosità legittima sul titolo del film, che riprende la domanda sulla quale si chiude il racconto, rivolta in modo diretto a quanti vorrebbero risolvere i problemi in forme veloci e violente, praticamente in forme di guerra civile o altro.
Chiudiamo la panoramica sul cinema libanese con l’ultima produzione di rilievo, risalente al 2017, e firmata dallo stesso Ziad Douieri di “West Beyrouth”, dal titolo “L’insulto” (Libano, Francia 2017 – tit. orig.: “L’insulte”), interpretato da Adel Karam (Toni), Rita Hayek (Shirine), Kamel El Basha (Yasser), Christine Choueri (Manal), Camille Salameh (Wajdi Wehbe) e Diamand Bou Abboud (Nadine). Presentato in concorso alla 74ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2017, conquistando una prestigiosissima Coppa Volpi al ‘Miglior Attore’ a Kamel El Basha. Il film è stato subito distribuito in Italia dalla Lucky Red di Occhipinti, ma – sulla scia del grande successo veneziano – anche in molti altri Paesi del mondo. Sinossi, molto in breve. A Beirut, durante i lavori per restaurare un edificio, sul modo di riparare un impianto idraulico si accende una lite tra Toni, cristiano libanese, e Yasser, rifugiato palestinese. Sentendosi offeso, Yasser pretende scuse ufficiali, in assenza delle quali, sporge denuncia contro Toni. È l’inizio di un processo a poco a poco sempre più incontrollabile. Da un piccolo fatto, si accende un film che tocca (con meriti nello script e nella regia) tematiche come differenze di religione e di etnie, Giustizia, Politica, Società, Razzismo, e poi il rapporto genitori-figli e tanto altro ancora, compresso – ma molto bene – in quasi due ore di film. Insomma, non soltanto una storia, ma la cronaca, acuta e dettagliata, di come un fatto, piccolo ed all’apparenza innocuo, possa montare e sfuggire al controllo di chi lo ha provocato, occasione per fare un grande punto sociale di un intero Paese in un dato momento storico. Ma prima di lasciarvi al prossimo appuntamento con le cinematografie emergenti del bacino Mediterraneo, due curiosità: Ziad Douieri, che vanta ventidue anni di carriera con buoni riscontri sia a Cannes che a Venezia, ha girato solamente cinque film, di cui “West Beyrouth” è il primo e “L’insulto” è l’ultimo. Inoltre, lo stesso Douieri, è stato assistente alla regia di Quentin Tarantino per ben tre volte, compreso il film culto “Pulp Fiction”.

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Autore: Franco Baccarini

Scrittore, saggista, autore di articoli per giornali cartacei e telematici, di testi per il teatro e di cortometraggi.Teatrografia 2007 – Autore del dramma in atto unico “Insostituibili assenze”.Filmografia 1996 – Soggettista, sceneggiatore e regista del video-clip “Anatomia dell’altro volto di una metropoli”. 2012 – Soggettista e sceneggiatore del cortometraggio “La ragazza e il mare” (regia di E. Colombo). 2013 – Soggettista e sceneggiatore del cortometraggio “Un amore da proteggere” (regia di L. Greco).Bibliografia 1996 – “Il rapporto tra cinema e romanzo” (Centro Studi Cinematografici). 1999 – “Francois-René de Chateaubriand a Roma e dintorni” (Lazio Ieri e Oggi). 2004 – “L'amore nel cinema” (Il Filo Rosso). 2007 – “Cinema e tecnologia” (Il Filo Rosso). 2007 – “Appunti sul rapporto tra cinema e romanzo” (Il Filo Rosso). 2008 – “Bioetica animalista. Dagli aspetti socio-filosofici alle applicazioni pratiche nella sperimentazione clinica dei farmaci” (Edizioni Universitarie Romane). 2009 – “La Tecnoetica nel Cinema. Bioetica del Futuro” (Edizioni Palombi). 2010 – Capitolo “Tecnoetica nel Cinema” all’interno del volume “Tecnicizzare l’uomo o umanizzare la tecnica?” (Edizioni LEV), di Autori Vari. 2012 – “Tecnoetica e Cinematografia” (Edizioni Universitarie Romane). 2013 – “Tecnoetica e Cinematografia (in versione e-book)” (Edizioni Universitarie Romane).