Le cinematografie emergenti del bacino mediterraneo (Turchia)

Affacciati pressoché totalmente sul bacino del Mediterraneo, noi Italiani conosciamo poco l’arte, e nella fattispecie la ‘Settima Arte’...

1 – Turchia

locandina-la-sposa-turca-inINTRODUZIONE

Affacciati pressoché totalmente sul bacino del Mediterraneo, noi Italiani conosciamo poco l’arte, e nella fattispecie la ‘Settima Arte’, quella cinematografia, dei paesi bagnati dalle nostre stesse acque, presi come siamo dal “rapimento culturale” statunitense, tanto che, proprio per quanto riguarda il cinema, ci siamo resi succubi degli americani, dai quali ci facciamo invadere da ogni genere di sottoprodotto d’avventura, di fantascienza, di melensaggini sentimentali, di infantili storie con in dotazione una morale per media borghesia, di fantasy trito e ritrito al ritmo di una o due uscite settimanali. Per fortuna c’è la curiosità; quella cosa che fa scattare delle molle che fanno sì che si vada a cercare qua e là, in letteratura come nelle scienze, nello spettacolo come nelle arti figurative, per non finire con l’essere soltanto dei cattedratici del pallone o, sull’altro fronte, di pettegolezzi amorosi di stampo monegasco o londinese. E volendo trattare di cinematografie emergenti dei paesi del bacino del nostro Mediterraneo, ci vengono incontro le proposte dei cine-clubs e dei cinema d’essai, le ricerche in Cineteca Nazionale, che a suo tempo non mi sono proprio fatto mancare, le più coraggiose proposte dei festival, anche quelli meno noti (a molto mi è stato utile partecipare da giornalista accreditato al MedFilmFestival di Roma), per conoscere al meglio realtà che, altrimenti, televisione e grandi circuiti di sale di proiezione non ci farebbero conoscere. Ovviamente, sono state assai utili anche le anteprime stampa alle quali partecipo dietro invito, in quanto critico cinematografico. E per questo motivo, quasi tutti i film menzionati in questo lavoro (che oggi parte da questa introduzione e dalla cinematografia turca, poi proseguirà nei prossimi articoli con altre nazioni) sono usciti in Italia.

Piace ricordare come questo lavoro iniziò tra il 1998 ed il 1999, contattando perfino gli uffici culturali delle ambasciate dei Paesi in questione, inviando anche e-mail in francese per i Paesi nel nord-Africa ed in inglese per la Turchia, ricevendo gentilmente materiale e storia delle loro cinematografie (solo in un caso mi sentii rispondere: “Vorremmo gentilmente avere la bozza di quello che scriverà sul nostro Paese, prima di dare il nulla-osta alla pubblicazione”, ma ovviamente è inopportuno – tanto più a molti anni di distanza – dirvi di quale Paese si trattasse. In quegli scambi e-mail hanno risposto anche a domande come: “Esiste nel vostro Paese una scuola nazionale di cinema? Se sì, da quanto tempo e come funziona ora?”, ed altro ancora, trovando molta collaborazione ed anche sorpresa per un interesse che proveniva dall’Italia. Nel caso della domanda posta poc’anzi quale esempio, devo dire che mentre alcuni Paesi erano dotati di una scuola nazionale di cinema (come la nostra, che è stata la prima al mondo per inaugurazione e non solo per questo, vale a dire il Centro Sperimentale di Cinematografia) in altri casi i registi del nord-Africa si formavano all’Ècole National du Cinéma di Parigi.

Quel lavoro, venne pubblicato sul bimestrale culturale “Silarus” nel numero doppio 203-204, maggio-agosto 1999, e successivamente venne premiato addirittura con la Targa d’Oro dell’Associazione Giornalisti Europei, con cerimonia tenutasi nel Salone d’Onore di Palazzo Barberini il 27 novembre 2000; targa conquistata ex-aequo con una giornalista del “Süddeutsche Zeitung”, che venne appositamente a ritirare la targa per poi non attendere la fine della cerimonia al fine di poter prendere l’aereo di ritorno. La mia prestigiosa targa, manco a dirlo, è da allora in bella esposizione in salone.

Ripresi quel lavoro, lo aggiornai e lo ampliai in forma di saggio completo, che andò esaurito nelle sue due edizioni in poco tempo, dal titolo “Viaggio attraverso le cinematografie emergenti del bacino Mediterraneo”, edito dal Centro Studi Cinematografici – Cineautori Indipendenti (Roma – luglio 2005), che mi valse l’ancor più prestigiosa onorificenza quirinalizia della “Medaglia del Presidente della Repubblica”, riconosciutami dall’allora Capo dello Stato Carlo Azeglio (Quirinale – 20 settembre 2006), molto sensibile, anche nei suoi discorsi e nei suoi viaggi all’estero, alla tematica di una unità culturale dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo.

In questo caso, aggiorno di molti anni, circa quindici, quel lavoro, ma lo faccio diventare una serie di articoli, dedicati ai film principali di ogni cinematografia in questione, ed eliminando tutte le parti saggistiche, in quanto non conciliabili con lo spazio di articoli, per quanto approfonditi e non certo brevi, tutt’altro.

Escludendo le scuole storiche di quest’area geografica, quelle che proprio non sono “emergenti” ma altamente consolidate praticamente da sempre, alludo all’Italia (da molti, in tutto il mondo, considerata la seconda cinematografia più importante dopo quella statunitense, nonostante un calo avvenuto a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, ma pur sempre con grandi registi, diversi Oscar vinti, molti European Film Awards al carniere, e tanto altro ancora, nonostante tutto), alla Francia, alla Spagna, alla Grecia (da non dimenticare un maestro come Theo Angelopoulos, che si è avvalso anche dell’ausilio del compianto ed originale sceneggiatore italiano Tonino Guerra), comincio la trattazione dell’argomento partendo dalla Turchia, che meglio conosco ed anche perché, per mia scelta, seguirò le coste meridionali del bacino Mediterraneo seguendo un ideale percorso da est verso ovest, da quel che ci è più distante – e che quindi conosciamo ancor meno – a ciò che ci è più vicino.

TURCHIA
Il cinema, in Turchia, fa il suo esordio nei primi decenni del Novecento, ma senza che i suoi sin troppo semplici prodotti riescano ad uscire dai confini, eccezion fatta per i mercati, poco remunerativi, mediorientali. Tutto ciò, a parte qualche prova degna di nota del regista Mushin Etrugul, fino alla Seconda Guerra Mondiale. Dopo di che, intorno al 1950, lo Stato s’impegna con una legge in favore delle produzioni cinematografiche nazionali, facendo così nascere la vera e propria industria del cinema in Turchia. Le produzioni sono subito ricche dal punto di vista quantitativo (anche più di duecento film realizzati all’anno!) troppo spesso povere dal punto di vista qualitativo. Si tratta, per lo più di mediocri melodrammi e musical tipicamente ‘locali’, noti con l’appellativo di ‘arabesque’. Nasce, negli anni, un genere che potremmo definire ‘commedia alla turca’, che il più delle volte si rifà ad avvenimenti di cronaca nazionale o di costume, il cui maestro può essere considerato Atif Yilmaz, regista di quantità (non si possono nemmeno contare con precisione i film da lui realizzati, con una media approssimativa di 4-5 film l’anno!) ma raramente di qualità. Ha, comunque, il merito di aver spostato l’attenzione dell’ormai svuotato filone rurale (storie locali contadine) cui avevano attinto un po’ tutti fra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta. Nella parte conclusiva della sua carriera, soprattutto, Yilmaz ha conferito maggiore importanza ai personaggi femminili, cosa piuttosto innovativa e meritoria per il cinema turco. Altri nomi da ricordare tra gli anni Sessanta ed i settanta sono: Metin Erksan (“Susuz yaz – Estate arida” 1964 e “Intikam meleti – L’angelo della vendetta” 1977), Halit Refig, Duygu Sagiroglu, Ertem Gorec.

Ma la vera svolta del cinema turco è rappresentata da Yilmaz Guney, curdo, nato nel 1937. Una vita difficile, alle prese con la censura, con la galera per motivi politici, la fuga, gli ultimi anni da esule a Parigi, dov’è morto nel 1984. Spazia dal melodramma alle tragedie rurali, dai drammi sociali ad affreschi di stampo neo-realistico, mantenendo sempre una qualità alta, con punte di elevati livelli internazionali. I suoi film (dei quali si sono occupati, a livello critico, grandi firme come quelle di Goffredo Fofi, Morando Morandini e Gianni Volpi, tre tra le firme più importanti non solo d’Italia) sono pieni di coraggio, di polemica, semplici (per carenza di dotazioni economiche produttive di rilievo), ma al contempo raffinati, come non era mai accaduto prima nella storia del cinema turco, prepotentemente dai propri confini (entro i quali, semmai, hanno i maggiori problemi, spesse volte).

Negli anni della galera, si affida ad un collega regista, Serif Goren, scrupoloso esecutore delle sue idee. Da questa collaborazione nasce “Endice” (“Inquietudine”, 1975). Si serve in altre occasioni (“Suru – Il gregge”, 1978 e “Dusnan – Il nemico”, 1980) della collaborazione di Zeki Okten, per la verità qualcosa più di un fedele esecutore come Serif Goren, che tornerà a lavorare per Guney per il suo capolavoro “Yol” (1982). Sono questi gli anni dei grandi successi internazionali di Guney.

“Il gregge”, uscito in Italia solo sei anni dopo la realizzazione, quindi nel 1984, e dopo la vittoria addirittura della prestigiosissima Palma d’Oro al 35° Festival di Cannes, racconta con emozionante e drammatico realismo la vita contadina della Turchia del momento. Mette in risalto la miseria, la sopraffazione, la rivalità tra i clan nell’entroterra turco. Il tutto, diretto materialmente da Okten con le indicazioni fate avere dal carcere da Guney, come detto. Esce in Italia, come in molti altri paesi di tutti i continenti, anche “Yol”, interpretato da un cast di fedelissimi, in gran parte in comune con il film precedente, come Necmettin Cobanoglu. È la storia di una breve licenza concessa a cinque detenuti turchi. Ognuno segue la sua strada (che in turco si traduce, per l’appunto, in “yol”). Uno dei cinque viene ben presto arrestato. Gli altri quattro arrivano a percorrere tutta la strada ma non con i risultati sperati. C’è chi si sente costretto ad uccidere la moglie, scoperta in adulterio; chi è ucciso dal cognato; chi si trova peggio in famiglia che in carcere! Uno solo riuscirà a trovare la sua strada: è quello che decide di non tornare in famiglia ma di darsi alla macchia con i ribelli. Girato materialmente da Goren, anche qui come già anticipato, viene però personalmente montato da Guney in Svizzera, appena riconquistata la libertà. Durante il suo breve esilio parigino nasce il suo ultimo film “Le mur” (“La rivolta”, 1983), di produzione interamente francese. È ancora una storia di detenuti turchi, ambientata ad Ankara. Morto Guney, lo stretto collaboratore Goren cerca di prenderne l’eredità artistica, ma si perde in una serie infinita (almeno tre film l’anno) di pellicole di scarsa qualità. L’altro collaboratore, Okten, ottiene risultati migliori: citiamo “Pehlivan” (“Il lottatore”, 1984).

Dalla metà degli anni Ottanta fino alla fine del secolo, il cinema turco ha mantenuto la sua quantità altissima di produzioni annue, alzando però la qualità sulla scia dell’esempio di maestri come Guney. I nomi da citare, che i cinefili italiani hanno modo di conoscere, sono: Ali Ozgenturk (“Il guardiano”, 1985), Zulfu Livanelli (“Terra di ferro, cielo di rame”, 1987), Tevfik Baser. Quest’ultimo si è reso protagonista di un sorprendente esordio, nel 1986, con “Quaranta metri quadrati in Germania”, un autentico gioiello di film, storia di un operaio turco che per paura della dilagante corruzione nella vita e nel costume occidentale reclude la giovane moglie nell’angusto appartamentino, appunto di quaranta metri quadrati, ad Amburgo.

Poi, il cinema turco è rimasto senza appoggi statali, ma riuscendo ad uscire dalla forte censura dei decenni precedenti; dispone di pochi mezzi finanziari nella produzione ed in pochi guadagni dalla distribuzione. I pochi introiti dall’estero dipendono per lo più dalle videocassette acquistate dai turchi residenti in Germania. La produzione è sempre quantitativamente ‘a valanga’ e la qualità, come detto, si è alzata durante gli anni Ottanta, per poi assestarsi su livelli giusto sopra la sufficienza, soprattutto se si considera la citata scarsità di mezzi. In questi ultimi anni, è tornato difficile essere autori liberi in Turchia, per ovvi motivi.

Avvicinandoci ai giorni nostri, innanzi tutto vale la pena di menzionare due co-produzioni italo-turche a tutti gli effetti di capitale produttivo, manco a dirlo per due opere del notissimo regista Ferzan Ozpetek, chiamato nell’ambiente “il turco di Roma”. Si tratta di “Saturno contro” (2007) e del più recente “Rosso Istanbul” (2016), in cui è tornato a girare nei suoi luoghi di origine. Ma gli spettatori italiani conosceranno bene queste pellicole di grande successo, e considerate a tutti gli effetti film italiani, anche per quanto concerne i premi cinematografici nazionali, quali i David di Donatello ed i Nastri d’Argento, quindi – dopo la doverosa menzione – andiamo oltre.

Arriviamo a “Fango” (2003), co-produzione turco-cipriota con forte compartecipazione italiana, scritto e diretto dal cipriota Dervis Zaim, montato dalla nostra Francesca Calvelli, interpretato da Mustafa Ugurlu (Ali), Yelda Reynaud (Ayse), Taner Birsel (Temel), Bulent Emin Yarar (Halil) e Tomris Inceer (Oya). La sinossi: ambientato a Cipro, narra, attraverso le storie di quattro amici turchi (Ali, Temel, Halil, Aisha) il tentativo di riappacificarsi con il passato del conflitto turco-cipriota. Temel, colpevole di molti omicidi, sa che nel fango sono nascosti i corpi ma non ha il coraggio di andarli a ripescare. Cerca aiuto in Halil, suo complice, ma lo trova indifferente. Poi, tante storie si intersecano tra loro, anche in maniera un po’ contorta, in un progetto solo parzialmente riuscito, e che sembra far trasparire una certa preoccupazione da parte del regista cipriota di rimanere, per quanto possibile, equidistante tra i due Paesi che sono stati in guerra.
Del 2003 è anche quello che forse è il capolavoro del cinema turco, e me ne assumo ogni responsabilità. Alludo a “La sposa turca” (2003 – tit. orig.: Gegen die Wand), di Fatih Akin, ennesima co-produzione turco-tedesca, ma anche con compartecipazione inglese, interpretata da Birol Ünel (Cahit Tomruk), Sibel Kekilli (Sibel Güner), Güven Kıraç (Şeref), Meltem Cumbul (Selma), Demir Gökgöl (Yunus Güner), Aysel Iscan (Birsen Güner), Cem Akin (Yilmaz Güner), Catrin Striebeck (Maren), Zarah McKenzie (barista del Fabrik), Stefan Gebelhoff (Nico), Hermann Lause (Il dottor Schiller). Prima di parlare del film, mi piace ricordare che esso ha conquistato l’Orso d’Oro alla Berlinale del 2004, il premio al “Miglior Film” a quelli che sono un po’ gli Oscar europei, vale a dire agli European Film Awards, sempre nel 2004, di cui si dovrebbe parlare di più, perché vengono premiate veramente le pellicole, i registi, gli sceneggiatori, gli attori ed i tecnici più bravi d’Europa; poi, il Premio Goya al “Miglior Film Europeo”, nel 2005, oltre ad aver rappresentato il Paese agli Oscar, dove la statuetta per il miglior film straniero l’avrebbe meritata senza ombra di dubbio, nonostante una notevole concorrenza in quell’anno. Il film tocca le tematiche della donna, della famiglia, del rapporto di coppia, soprattutto del rapporto tra culture e tra genitori e figli. La protagonista, Sibel, può ormai considerarsi più tedesca che turca e musulmana. Giovane ed esuberante, non vuole e non può adattarsi al rigido formalismo impostole dai genitori, immigrati turchi di prima generazione. Addentrandoci maggiormente nella storia del gran bel film di Fatih Akin, ambientato ad Amburgo, troviamo il quarantenne Cahit Tomruk, immigrato trasandato ed alcolista, ridotto così dal dolore per la perdita della giovane moglie, che tenta il suicidio dirigendo la sua auto a tutta velocità contro un muro, ma uscendone pressoché illeso. Nell’ospedale psichiatrico in cui viene temporaneamente ricoverato, incontra Sibel Güner, la ventenne tedesca figli di immigrati turchi di cui ho appena fatto cenno. La ragazza è in cerca di un matrimonio di facciata che la liberi dalla tutela opprimente dei genitori e del fratello maggiore, e propone a Cahit di sposarla. Dopo un primo rifiuto, l’uomo ci ripensa e convince anche la famiglia di lei. In realtà, i due vivono come coinquilini, si dividono le spese e frequentano altri partner. Lentamente, però, tra i due nasce un vero amore, fino a quando una sera un ex partner occasionale della ragazza la offende e fa altrettanto con l’uomo, che perdendo il controllo lo colpisce con un posacenere, uccidendolo senza volerlo. Condannato a molti anni di reclusione, lascia nella disperazione la ragazza, che viene anche ripudiata dalla famiglia e perseguitata dal fratello maggiore che la vuole uccidere per lavare l’onta subìta dalla famiglia. Lei scappa ad Istanbul, dalla cugina Selma, donna in carriera che la prende con sé nell’hotel che dirige. Ma la mancanza di Cahit, conduce la ragazza a comportamenti autodistruttivi, dalla droga all’alcol ed alla frequentazione di ambienti poco raccomandabili ed a rapporti occasionali, fino a subire un’aggressione a cui sopravvive solo per l’intervento di un tassista. Alla fine, inizia una relazione stabile ed ha anche una figlia. Cahit, intanto, scontata la pena ridotta nei gradi successivi e per l’ottima condotta carceraria, va ad Istanbul dove, non senza difficoltà, ritrova l’amata Sibel, che non l’ha mai dimenticato. I due fanno l’amore come mai prima nella vita di entrambi, e si danno appuntamento alla stazione degli autobus per fuggire insieme il giorno dopo. La ragazza prepara tutto, ma alla fine non si presenta, forse soprattutto a causa della figlia, e l’uomo, affranto, parte da solo per Mersin, la sua città natale. Un film, un capolavoro, che non c’è bisogno di giudicare; è sufficiente raccontarlo. E ciò non toglie nulla a chi volesse vederlo, perché non si tratta del classico film che si vede per capire come andrà a finire, ma si vede per la straordinaria bellezza del prodotto nel suo complesso. Per questo ho deciso di soffermarmi sulla storia di quello che ritengo, e lo ripeto, il capolavoro della storia del cinema turco.

Nel 2007, dopo “La sposa turca”, arriva anche in Italia “Ai confini del Paradiso” (2007 – titolo originale “Auf der anderen seite”), co-produzione turco-tedesca, film scritto e diretto ancora una volta da Fatih Akin, che tocca svariate tematiche: dal carcere all’emigrazione, dalla donna al rapporto tra culture diverse, politica e società, rapporto genitori-figli. Interpretato da Nurgul Yesilcay (Ayten Ozturk), Baki Davrak (Nejat Aksu), Tuncel Kurtiz (Ali Aksu), Hanna Schygulla (Susanne Staub), Patrycia Ziolkowska (Lotte Staub), Nursel Kose (Yeter Ozturk), Yelda Reynaud (Emine), si tratta di una storia ambientata in Germania, dove il turco Ali, vedovo in pensione, convince la prostituta Yeter, anch’essa turca, ad andare a vivere da lui, in cambio di uno stipendio mensile. Najat, figlio di Alì, non approva la scelta. Yeter muore accidentalmente. Najat torna ad Istanbul per cercare la figlia di lei, Ayten, senza sapere che la ragazza, militante politica, è già in Germania ed è ricercata dalla polizia turca. Le loro vicende si intrecciano con quelle di Lotte, studentessa tedesca, con cui Ayten fa amicizia, e di Susanne, madre di Lotte. Dopo varie vicissitudini, Nejat sente il bisogno di riconciliarsi con il padre, con il quale aveva rotto i rapporti, e che va ad incontrare sulla costa turca del mar Nero.

A questo punto, appare prepotentemente sulla scena un altro regista turco, Nuri Bilge Ceylan, che firma, uno dietro l’altro, tre film di risalto nella storia recente della cinematografia turca: “Le tre scimmie” (2008 – tit. orig. “Uc Maymun”), “C’era una volta in Anatolia” (2012 – tit. orig. “Bir Zamaniar Anadolu’da”) e “Il regno d’inverno” (2014 – tit. orig. “Kis Uykusu” – titolo per il mercato internazionale “Winter Sleep”). Regista dalla grande intensità espressiva, copioni densi, situazioni palpitanti. Ne “Le tre scimmie”, dove tra i tanti co-produttori c’è il nostro Valerio De Paolis, ambientato ad Istanbul un uomo politico in campagna elettorale, dopo aver investito un passante con l’automobile, chiede al proprio autista di assumersi la colpa dell’accaduto in cambio di una bella somma. Cosi avviene, e l’uomo, Eyup, va in carcere. Durante la prigionia, la moglie e l’uomo politico avviano una relazione. Quando il politico viene trovato ucciso, gli indizi vanno verso l’amante. Intanto Eyup torna in libertà, capisce della relazione, vorrebbe capire per poter perdonare, ma il vero colpevole è Ismail, figlio della coppia. Per Eyup la confusione resta totale e il film ha un finale che è un non finale. In “C’era una volta in Anatolia”, ambientato in una zona sperduta dell’Anatolia, la pellicola di due ore e mezza racconta una sola notte e l’inizio del mattino successivo. Un commissario, altri poliziotti, un procuratore ed un medico scortano un assassino in cerca del luogo dove dovrebbe aver ucciso e sepolto la vittima. Dopo inutili ricerche per tutta la notta, solo all’alba del giorno dopo il corpo viene individuato e recuperato, caricato sulla macchina e portato in città per l’autopsia. La moglie dell’uomo e il figlio piccolo osservano le operazioni. Il Bene ed il Male si fronteggiano nella notte fredda, poi gli equilibri esistenziali si spezzano, si confondono, si muovono lungo labili confini. Il copione è ambizioso, ancor di più lo è la messa in scena: la composizione di un affresco raggelato e disperato, per il quale l’Anatolia sembra essere proprio la scenografia perfetta. Ne “Il regno d’inverno”, dopo venticinque anni di attività, Aydin si è ritirato dalle scene ed ora gestisce un piccolo albergo nella Cappadocia. Con lui ci sono la sorella Necla, recentemente divorziata, e la giovane moglie Nihal, con la quale i rapporti sono in una fase di tensione. Aydin ha molte altre proprietà nella zona, alcuni affittuari non pagano e ricevono l’avviso di sfratto. Tra questi un Imam gli si rivolge per avere comprensione. Aydin, che non si occupa direttamente degli affari, lo ascolta con difficoltà senza arginare la reciproca incomprensione. Anche con la moglie le difficoltà aumentano. Quando annuncia di voler partire per Istanbul, Aydin in realtà poco dopo rinuncia. Preferisce restare in albergo, nel proprio studio dove continua a scrivere articoli per il giornale locale ed avvia il progetto di un libro sulla storia del teatro turco. In realtà, è l’affresco di un uomo avido e della vita che gli ruota intorno, senza scalfirlo.

Per trovare un’altra pellicola nota a livello nazionale ed internazionale, nonché uscita nelle sale italiane, arriviamo al 2015 e ritroviamo il regista de “La sposa turca” e di “Ai confini del Paradiso”, Fatih Akin, con il suo nuovo “Il padre” (titolo originale per il mercato internazionale “The Cut”, trattandosi di una vasta co-produzione tra Turchia, Germania, Italia, Francia, Polonia e Russia) è interamente scritto da Akin con Mardik Martin, diretto da Akin, interpretato da Tahar Rahim (Nazaret Manoogian), Sevan Stephan (barone Boghos), Shubham Saraf (Levon), Dina Fakhoury (Lucinée Manoogian), Zein Fakhoury (Arsinée Manoogian). Tratta tematiche come la guerra, la politica, la società, la storia, il rapporto genitori-figli. Vastissimo, imponente, quasi inevitabilmente velleitario, ogni qualvolta si alza l’asticella per superarsi. Presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2014, in anteprima mondiale (pochi mesi prima dell’uscita nelle sale internazionali), è uscito dal concorso senza premi, né particolari lodi da parte della critica, con due ore ed un quarto di film che chiudono nel modo peggiore la cosiddetta trilogia di Akin su “Amore, morte e diavolo”, dopo il capolavoro de “La sposa turca” ed “Ai confini del paradiso”. Copione lacrimoso, dialettica drammaturgica ai minimi, regia incapace di stare dietro alle giravolte problematiche del racconto. Se ne conclude che non basta scegliere un argomento forte come le stragi compiute contro gli Armeni per mettere insieme un altro capolavoro, però ne abbiamo fatto cenno perché resta pur sempre un prodotto della cinematografia turca che ha varcato i confini, partecipando in concorso a Venezia, e di uno dei registi migliori di tutti i tempi in quel di Istanbul. Per la serie “fatto trenta, facciamo trentuno”, è giusto riportare in breve la sinossi. Ambientato a partire dal 1915, a Mardin la polizia turca mette in atto una retata tra i giovani armeni. Fatto prigioniero, il fabbro Nazareth Manoogian si trova separato dalla famiglia, la moglie e le due figlie. Sopravvive al genocidio, apprende che le ragazze sono vive e si mette sulle loro tracce. Comincia così un viaggio che lo porta in giro per il mondo, dalla Mesopotamia all’Avana, perfino al Nord Dakota, e poi è veramente difficile sintetizzare 135 minuti, come detto, velleitari.

In assenza di prodotti filmici di rilievo negli ultimi quattro anni abbondanti, chiudiamo la carrellata con “Abluka” (2015 – titolo per il mercato internazionale “Frenzy”, di Emin Alper, 45enne grande speranza del cinema turco, molto colto, alterna le attività di storico e di regista, e partecipa a numerosi festival in giro per il mondo. Ha dalla sua una presenza in concorso a Berlino, ma soprattutto è stato in concorso a Venezia con questo film, proprio nel 2015, addirittura ricevendo il prestigioso “Premio Speciale della Giuria” e rimasto in corsa per il Leone d’Oro fino all’ultimo momento, e forse l’avrebbe meritato, tanto più che sono caduti nel dimenticatoio il Leone d’Oro, il venezuelano “Ti guardo”, ed il Leone d’Argento, l’argentino “Il clan”. Interamente scritto e diretto da Emin Alper, con un’affascinante fotografia panoramica a colori di Adam Jandrup, il film è stato interpretato da Mehmet Ozgur (Kadir), Berkay Ates (Ahmet), Tulin Ozen (Meral), Mufit Kayacan (Hamza), Ozan Akbaba (Ali), Fatih Sevdi (Vahap), Mustafa Kirantepe (Suleyman). La sinossi. Alla periferia di Istanbul c’è un piccolo mondo derelitto che sembra vivere in una bolla, lontano dalla modernità, con un’umanità ai margini di tutto. Il film non mette in scena la disperazione, ma ha il merito di andarla a trovare, nelle case diroccate, nelle strade spoglie, nei rifiuti organici sparsi ovunque, questo film punta il suo obiettivo sull’ultimo stadio della speranza umana. Ovviamente non manca la violenza, mentale, psicologica e per finire anche fisica. Prima contro i cani, uccisi senza pietà per pulire le strade (ma verosimilmente anche macellati per essere mangiati), e poi contro gli esseri umani, sorvegliati, braccati, sempre in pericolo. In questo mondo vomitevole, ma realmente esistente, due fratelli sono soli contro tutti ed anche l’uno contro l’altro, in questa folle giostra di vita, se di vita si può parlare. Kadir è stato in galera ed ora collabora con l’intelligence, cerca nei rifiuti (prima risorsa per tutti) indizi su complotti terroristici; Ahmet, invece, fa proprio l’‘ammazzacani’.

Francamente, anche se valido, è un film per stomaci forti, un film spaventato e spaventoso, perché la violenza più forte della società moderna sull’individuo è il controllo mentale (indotto dalla fobia; e di paranoia ce n’è sin troppa in questo lavoro) sia effettivo. Kadir non riesce a stabilire un contatto con il fratello e nella sua testa partorisce complotti, ha paura che qualcuno lo stia ostacolando, teme di essere guardato e scorge ovunque una minaccia, anche l’unico interesse sentimentale che sembra avere, lo trasforma in pura paranoia. Ahmed invece è più terra terra e non appena ha qualcosa da proteggere, un cane che ‘non si è lasciato ammazzare’ e che ha preso ad accudire, nascondendolo, comincia a temere qualsiasi altro essere umano. Siamo nel presente ma sembra una società futura distopica, una in cui la forza dello Stato è imposta con rigore militare per svilire l’individualismo e come nella fantascienza c’è una discesa repentina nella follia e nell’ingiustizia. C’è una prospettiva così buia verso l’orizzonte che non si può rimanere indifferenti. Emin Alper esita molto, forse eccessivamente a far partire davvero l’intreccio, una prima parte troppo lunga getta le basi del vero film che irrompe però solo nella seconda parte. Come detto, film violento, crudo, duro, ma anche potente e suggestivo. Un grido disperato di aiuto, un saggio di pura paura dei propri simili e di sfiducia nella presenza dell’umanità nel proprio futuro. Stranamente, dopo il premio a Venezia, il film è sparito a gran velocità dalle sale, dove credo di ricordare sia rimasto solo una settimana, con pochissime presenze ed in pochissime copie sparse per l’Italia. Nient’affatto meglio è andato all’estero, nonostante la ‘credenziali veneziane’.

Si conclude così la nostra breve storia sulla cinematografia turca ed il prossimo appuntamento sarà con quella, ovviamente meno ricca, della vicina Siria, dove negli ultimi anni di ben altro ci si è potuti occupare che di cinema, purtroppo, e nel silenzio assordante dell’occidente.

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La sposa turca
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Autore: Franco Baccarini

Scrittore, saggista, autore di articoli per giornali cartacei e telematici, di testi per il teatro e di cortometraggi.Teatrografia 2007 – Autore del dramma in atto unico “Insostituibili assenze”.Filmografia 1996 – Soggettista, sceneggiatore e regista del video-clip “Anatomia dell’altro volto di una metropoli”. 2012 – Soggettista e sceneggiatore del cortometraggio “La ragazza e il mare” (regia di E. Colombo). 2013 – Soggettista e sceneggiatore del cortometraggio “Un amore da proteggere” (regia di L. Greco).Bibliografia 1996 – “Il rapporto tra cinema e romanzo” (Centro Studi Cinematografici). 1999 – “Francois-René de Chateaubriand a Roma e dintorni” (Lazio Ieri e Oggi). 2004 – “L'amore nel cinema” (Il Filo Rosso). 2007 – “Cinema e tecnologia” (Il Filo Rosso). 2007 – “Appunti sul rapporto tra cinema e romanzo” (Il Filo Rosso). 2008 – “Bioetica animalista. Dagli aspetti socio-filosofici alle applicazioni pratiche nella sperimentazione clinica dei farmaci” (Edizioni Universitarie Romane). 2009 – “La Tecnoetica nel Cinema. Bioetica del Futuro” (Edizioni Palombi). 2010 – Capitolo “Tecnoetica nel Cinema” all’interno del volume “Tecnicizzare l’uomo o umanizzare la tecnica?” (Edizioni LEV), di Autori Vari. 2012 – “Tecnoetica e Cinematografia” (Edizioni Universitarie Romane). 2013 – “Tecnoetica e Cinematografia (in versione e-book)” (Edizioni Universitarie Romane).