Serve un cambio di passo importante nella gestione delle risorse idriche del nostro pianeta

Il diritto all’acqua è il presupposto essenziale del diritto alla vita, eppure ancora oggi resta un diritto negato in molti paesi. Se non c’è acqua non possono esserci né prosperità né pace.

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Foto di roegger da Pixabay

Ogni 22 marzo si celebra in tutto il mondo la Giornata mondiale dell’acqua, istituita nel 1992 dalla Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente e lo sviluppo, allo scopo di richiamare l’attenzione pubblica sull’importanza delle risorse idriche e sulla necessità di promuoverne un consumo più responsabile e consapevole.

Il diritto all’acqua è oggi riconosciuto a livello internazionale come un diritto umano universale, autonomo e specifico, presupposto per tutti gli altri diritti umani. Dopo anni di acceso dibattito e di mobilitazione della società civile, è stata superata l’idea per cui tale diritto fosse implicito in altri diritti umani tutelati dalle convenzioni internazionali, come il diritto alla salute o all’alimentazione. Nel 2010, con la Risoluzione 64/92, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha infatti riconosciuto che «il diritto all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari è un diritto dell’uomo essenziale alla qualità della vita e all’esercizio di tutti i diritti umani».

Ciò nonostante, l’accesso all’acqua resta purtroppo un privilegio, con enormi disuguaglianze tra i paesi. Secondo gli ultimi dati delle Nazioni Unite, circa il 30% della popolazione mondiale non dispone di un accesso sicuro all’acqua potabile, mentre circa il 55% non ha accesso a servizi igienico-sanitari adeguati. Il dato ancora più allarmante, considerando l’attuale pandemia Covid-19 e l’importanza delle misure per il suo contenimento, è che 4 persone su 10 (ossia il 40% della popolazione mondiale) non possono lavarsi le mani con acqua e sapone a casa propria. Alla luce di queste disparità, appare ancora lontano il raggiungimento dell’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile (SDG) numero 6 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, ossia garantire a tutti accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari entro il 2030.

Per accelerare in maniera sensibile non servono solo ingenti risorse, ma anche una nuova visione, basata su una comprensione multidimensionale del problema. Da qui il tema del World Water Day 2021: “valuing water”, ossia valutare e valorizzare l’importanza di questa preziosa risorsa, alla luce del suo impatto su moltissimi aspetti della vita umana.

L’intera economia umana dipende dall’acqua. La usiamo per bere e lavarci, ma anche per coltivare il cibo di cui ci nutriamo e le piante da cui estrarre le fibre per i nostri vestiti. È impiegata in tutti i processi industriali, a partire dall’estrazione delle materie prime. Eppure, è proprio l’economia umana che rischia di pregiudicare irreparabilmente i processi naturali che regolano il ciclo dell’acqua. Il pericolo maggiore a tale proposito viene dai cambiamenti climatici generati dai gas-serra di origine antropogenica.

Questo fenomeno interessa l’intero pianeta e non risparmia nemmeno l’Italia. Lo studio del Centro Euro Mediterraneo per i cambiamenti climatici (Cmcc), pubblicato nel settembre 2020, prevede nei prossimi anni un aumento dei fenomeni di siccità e delle alluvioni, nonché una riduzione complessiva delle riserve idriche dovuta all’aumento delle temperature e alla maggiore evaporazione (il Cmcc valuta che entro il 2080 i corsi d’acqua ridurranno la loro portata del 40%).

Comprendere la complessità e la multiformità dei nessi di causa-effetto legati alla crisi idrica è di fondamentale importanza per assicurare un cambio di passo radicale, basato sul legame indissolubile che sussiste tra economia-ambiente-diritti, in modo da garantire una gestione a lungo termine davvero sostenibile.

Un aspetto importante da sottolineare è il nesso tra pace e risorse idriche. Nell’ultimo decennio si sono infatti moltiplicati in tutto il mondo i conflitti legati al controllo delle falde acquifere e dei corsi d’acqua. Le guerre per l’oro blu sono oggi più numerose di quelle per l’oro nero, il petrolio. Si pensi alle dispute in Africa circa lo sfruttamento delle risorse idriche del Lago Ciad e del Nilo; oppure in Asia alla controversia sul fiume Mekong e alla contrapposizione tra Cina, India e Pakistan per le acque che derivano dai ghiacciai dell’Himalaya. In Medio Oriente, l’approvvigionamento al Giordano è uno dei punti che grava sull’esito delle trattative di pace tra Israeliani e Palestinesi.

Oltre a questi conflitti, ve ne sono altri in cui l’acqua gioca un ruolo indiretto ma pur sempre cruciale. La scarsità delle risorse idriche, conseguenza del cambiamento climatico, incide negativamente sulla produzione agricola e, di conseguenza, compromette la sicurezza alimentare della popolazione locale, soprattutto in contesti a sostenuta crescita demografica. Molti studi empirici confermano l’esistenza di un nesso causale tra l’insicurezza alimentare e lo scoppio di disordini, come avvenuto nel caso delle Primavere Arabe del 2011 in Nord Africa e Medio Oriente. L’insicurezza alimentare può quindi essere identificata come la scintilla responsabile dello scoppio di rivolte e guerre civili, pur all’interno di contesti esacerbato da molteplici ragioni di natura politica, economica e sociale. Come gli altri diritti umani, anche il diritto all’acqua è dunque precondizione necessaria alla pace e alla prosperità nel mondo.