Il film “Il fronte interno”

Distribuito da Artex Film, sarà presente nelle sale cinematografiche a partire da giovedì 26 maggio

001-IL_FRONTE_INTERNO_locandina-pressitalia“Il fronte interno” è il film, opera prima, scritto e diretto da Guido Acampa, liberamente tratto dal romanzo “Santa Mira” di Gabriele Frasca, per la produzione della Lapej, con il sostegno della Regione Campania e della Film Commission della Regione Campania, interpretato da Raffaele Ausiello, Luigi Iacuzio, Nello Mascia, Betti Pedrazzi, Autilia Ranieri.

In apertura: “Non ci sono due colline uguali, ma in qualunque posto della terra la pianura è una sola e sempre la stessa” (Jorge Luis Borges). Ne parleremo tra poco proprio con Guido Acampa.

La guerra nella cupezza – giusta, comprensibile ed apprezzabile – del commento sonoro, della fotografia, dei pochi (ma rilevanti) dialoghi. Ma anche, se non soprattutto, la guerra non nei luoghi della stessa, che rappresenta una sfida quasi inedita e decisamente complicata, ma portata a termine con successo da Acampa. Poi, due binari che scorrono parallelamente: un microcosmo composto da una famiglia ricca di contrasti irrisolti e che sente la guerra passargli sopra la testa per via del decollo dei jet italiani diretti in Iraq, ed un macrocosmo dettato da un conflitto internazionale di vasta e drammatica portata, tanto quanto ben poco comprensibile, semmai esistessero conflitti comprensibili e giusti.

La durata ufficiale del film è di 77 minuti, ma in realtà esso termina dopo 71 minuti, per poi dare spazio a lunghi titoli di coda. L’affascinante opera prima di Acampa, ha connotazioni che lambiscono in diversi aspetti il docu-film, e quindi la durata è idonea a questa affinità/attiguità tra film di finzione (quale esso è) e docu-film. La mente corre al film – completamente di finzione – di Mimmo Calopresti, con protagonista Nanni Moretti, “La seconda volta” (1995), che durava, se non ricordiamo male, 72-75 minuti. Visto, all’epoca, al Cinema Reale di Roma, pur scorrendo ormai i titoli di coda, nessuno – eccezion fatta di chi vi scrive – si alzava per uscire, perché convinti, nonostante l’evidenza, che il film non potesse essere finito così presto. Ma la quantità non fa mai la qualità. D’altronde, si trattò del punto più alto raggiunto da Calopresti in carriera. Ed è il caso anche del convincente “Il fronte interno”.

Il film, alla nostra visione privata per la stampa, è risultato efficace, invitante, particolarmente adatto ad un pubblico di media ed alta cultura, a cinefili raffinati, che non dovrebbero proprio lasciarselo sfuggire. Efficace e convincente, come spesso accade con le opere prime, le più sincere e sofferte. Poi, c’è la drammatica coincidenza con l’attuale guerra, che Acampa non poteva immaginare mentre scriveva e dirigeva il film.

Abbiamo avuto il piacere di parlare con Guido Acampa, in forma personale e privata. Ecco le nostre domande e le risposte del regista e sceneggiatore.

Nel film è presente la guerra in Iraq (non ambientata in Iraq, ma in un luogo immaginario da cui partono i jet per quella guerra), ma si intende benissimo, me lo confermerà o meno, che si tratti di un esempio piuttosto recente di conflitto scelto per un film sulla guerra, sul concetto di guerra, contro la guerra. Non a caso, vi si menziona, in un dialogo, anche il conflitto nella ex-Jugoslavia; si parla esplicitamente di Sarajevo. Verosimilmente, quando ha prima scritto, poi girato, il film, non avrebbe mai pensato che la sua opera prima sarebbe uscita in concomitanza proprio con una guerra, che è presente in un largo spazio della nostra Europa. Quali emozioni prova nella drammatica e inattesa concomitanza tra l’uscita della sua meritoria opera prima e la guerra in Ucraina?
“Ecco! La storia si ripete. Sempre allo stesso modo e sempre con il suo carico di giuste motivazioni”. Questo è quello che ho pensato e questo è esattamente il senso del film: come le derive nelle relazioni umane e nell’evoluzione dei conflitti bellici evolvono analogamente. C’è sempre un tempo dove tutto è scongiurabile, ma puntualmente arriva l’inevitabile.
Il film fa riferimento a fatti del 2015, quando nella guerra al terrorismo si sospettava che i nostri jet diretti in Siria fossero cacciabombardieri e non semplici aerei di ricognizione.
Il romanzo invece fa riferimento alla guerra in Jugoslavia quando l’Italia partecipò attivamente ai bombardamenti. C’è sempre una guerra dietro l’angolo da fronteggiare, così come i nostri conflitti interiori prima che prendano il sopravvento.

Il film è liberamente tratto dal romanzo “Santa Mira” di Gabriele Frasca. Come ha conosciuto questo testo, perché l’ha scelto per la sua opera prima, che è sempre la più sentita, sofferta, forse anche sincera, nel cammino di un regista? E quali elementi di questo romanzo ha “confermato” nel film, e cos’altro ha invece rivisitato per l’adattamento cinematografico?
Mi sono imbattuto per caso in questo romanzo, mi aveva colpito il senso di precarietà dei protagonisti in un clima di conflitto che faceva da sfondo alle loro subdole vicende. L’ho trovato immediatamente vicino alle mie corde e istintivamente ho cominciato a immaginarmi la storia con un ritmo e personaggi diversi, per esempio per aumentare il senso di isolamento del protagonista l’ho immaginato come conduttore di cani. La sintonia con la storia credo provenga da un ricordo lucido di gioventù, quando tutte le tv annunciarono ufficialmente che l’Italia era entrata in guerra, allora si chiamava “Guerra del Golfo”, era il ’90. La ricordo come una sensazione surreale. Del libro è rimasto questo incipit, un contesto di guerra che fa da sfondo a una storia che spesso richiama il film “l’invasione degli ultracorpi”, dove extraterrestri “svuotano” gli uomini della loro personalità e che lo scrittore usa sapientemente come metafora dello svuotamento della società contemporanea. Per il resto è molto diverso, la storia è molto scarna e sospesa in un luogo remoto mentre il romanzo brulica di personaggi grotteschi in una metropoli complessa, definendo uno scenario della nostra società piuttosto arguto.

Come e perché ha scelto, in apertura, la frase di Borges: “Non ci sono due colline uguali, ma in qualunque posto della terra la pianura è una sola e sempre la stessa”?
Conoscevo da tanto questo racconto di Borges, quando per caso l’ho riscoperto e ho letto la frase ho pensato subito a Santa Mira il luogo immaginato dove è ambientato il film. La considero come un altro personaggio della storia, non ha una connotazione sociale specifica è un luogo della mente dove i protagonisti fluttuano, ma a volte ne sono stritolati, dove il paesaggio cambia a perdita d’occhio ma nel profondo è sempre uguale a se stesso e nulla sembra cambiare mai.