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Csel: “Anche in Regioni e Comuni ‘Quota 100’ sotto le attese, accolte 32.892 domande”

(Adnkronos) - Ha aderito 2,2% addetti, più di media Pa - 12.356 donne e 20.536 uomini

Nel febbraio 2019, all’indomani dell’emanazione del decreto che ha istituito la riforma pensionistica nota come ‘Quota 100’, l’Anci stimò che, da lì a 12-18 mesi, l’entrata in vigore della norma avrebbe portato all’uscita anticipata dai soli Comuni italiani di circa 50mila dipendenti, vale a dire oltre il 10% del personale allora in forza alle amministrazioni locali. Ma quella stima si è rivelata molto lontana dalla realtà. Se si considerano i dipendenti di Regioni e autonomie locali, le domande accolte al 31 dicembre 2021, in tre anni, sono state 32.892 (12.356 donne e 20.536 uomini). Ben al di sotto, dunque, di quanto ipotizzato per i soli Comuni nell’arco del primo anno. A evidenziarlo il Centro Studi Enti Locali (Csel), in un dossier realizzato per Adnkronos, che fa riferimento ai dati diffusi nei giorni scorsi da Inps e Ufficio parlamentare di bilancio.

“Nella relazione tecnica del decreto legge 4 del 2019 era stato ipotizzato che, nell’anno di compimento dei primi requisiti utili, la propensione al pensionamento anticipato sarebbe stata del 70% tra i dipendenti pubblici”, ricorda Csel, precisando che “una delle argomentazioni addotte per sostenere la validità di ‘Quota 100’ è che avrebbe inciso positivamente sulla produttività di imprese e amministrazioni“. “Avrebbe infatti – aggiunge – dovuto gettare le basi per il turnover generazionale nel mercato del lavoro, favorendo l’uscita anticipata di soggetti che magari restano a lavoro stancamente, senza più alcuna motivazione, e quindi con tassi di produttività al di sotto della media”.

Ma cosa non ha funzionato? “Sicuramente, un elemento determinante è l’impatto di questa scelta sul valore dell’assegno pensionistico“, sostiene Csel. “Mediamente gli aderenti a ‘Quota 100’ – spiega Csel – sono andati in pensione 2,3 anni prima di quando avrebbero potuto fare in assenza di questo strumento. Questa scelta è costata una riduzione del 3,8% dell’importo della pensione spettante ai lavoratori privato, del 4,5% per gli autonomi e del 5,2% per quelli del settore pubblico, i più penalizzati in assoluto”.

Se anche negli enti locali l’adesione a ‘Quota 100’ è stata molto inferiore alle previsioni, tuttavia l’incidenza percentuale sul numero di occupati è tra le più alte. “Sebbene in termini assoluti gli impiegati del settore pubblico che hanno sfruttato questa opportunità siano poco meno di un terzo del totale, se si guarda all’incidenza di queste uscite anticipate sul numero di addetti del comparto, le Pubbliche amministrazioni – osserva Csel – sono quelle che sono state maggiormente colpite. Nel mondo privato, mediamente ha aderito lo 0,4% del totale dei lavoratori. Anche guardando alla voce trasporti e magazzinaggio, che è il settore dove ‘Quota 100’ ha fatto più presa in assoluto, la media di aderenti si è fermata a quota 1,2%, contro l’1,3 del settore pubblico e il 2,2 del comparto Regioni e autonomie locali”.

“Come si legge nella Relazione Inps-Upb – riporta Csel – le pensioni con ‘Quota 100’ hanno inciso in misura rilevante sulla base occupazionale degli Enti locali (2,2%); qui si ripresenta l’evidenza per alcuni settori del comparto privato, con il Mezzogiorno che fa registrare il più intenso ricorso a ‘Quota 100’ (3,5%), seguito dal Centro (2%) e poi dal Nord (1,4%)”.

“La maggiore incidenza di ‘Quota 100’ sulla base occupazionale pubblica rispetto a quella privata – prosegue – riflette: l’anzianità mediamente superiore (il limite dei 38 anni di contributi è meno vincolante che nel privato); gli importi delle pensioni mediamente più elevati (con un effetto reddito meno rilevante che nel privato nella scelta di lasciare o proseguire il lavoro); gli anticipi, rispetto ai primi requisiti ordinari, mediamente inferiori, da cui discendono riduzioni degli assegni pensionistici più contenute che nel privato”.

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