Giornata internazionale contro i test nucleari

Si rinnova l’appello per proibirli in tutto il mondo

Dal 2009, le Nazioni Unite hanno scelto il 29 agosto per ricordare la portata catastrofica di questi esperimenti e spingere per la loro totale abolizione. Il Segretario Onu Guterres: releghiamo le armi nucleari nel passato.

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Foto di WikiImages da Pixabay

Un mondo libero dalle armi nucleari: per alcuni è una speranza realizzabile, per altri una mera utopia. L’Organizzazione delle Nazioni Unite, raccogliendo le istanze della società civile, cerca da anni di rendere concreta questa aspirazione. Nel 2009 istituisce la Giornata internazionale contro i test nucleari, creata allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica circa gli effetti nocivi che scaturiscono dalle detonazioni di ordigni nucleari e spronare i Paesi a porre definitivamente fine agli esperimenti su questo tipo di armamenti.

Per Antonio Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, l’appuntamento del 29 agosto «rappresenta un riconoscimento globale del danno catastrofico e persistente fatto in nome della corsa agli armamenti nucleari. È un modo per ricordarci di coloro che hanno sofferto a causa della follia della politica atomica del rischio calcolato. Ed è un campanello d’allarme per il mondo, perché finalmente venga attuata una proibizione di tutti i test nucleari vincolante a livello legale». Secondo Guterres, è arrivato il momento per una piena applicazione del Trattato sulla messa al bando totale degli esperimenti nucleari, attraverso un efficace sistema di verifica. «Le armi nucleari non hanno alcun posto nel nostro mondo. Non assicurano né vittoria, né sicurezza. Il loro unico risultato è la distruzione. Facciamo sì che gli esperimenti abbiano fine, ora e per sempre, e releghiamo le armi nucleari nel passato, una volta per tutte» conclude Guterres nel messaggio diffuso per l’occasione.

Il trattato di cui parla il Segretario Generale, il Trattato sulla messa al bando totale degli esperimenti nucleari (CTBT), rappresenta un elemento fondamentale del disarmo internazionale e del regime di non proliferazione. L’accordo vieta infatti tutti i test con esplosioni nucleari, sia a scopi civili sia militari, in qualsiasi ambiente. Elaborato a partire dal 1993 in seno alla Conferenza sul Disarmo, il trattato è stato adottato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 settembre 1996 e attualmente è stato ratificato da 170 Stati. Tuttavia, non è mai entrato in vigore perché manca la ratifica di tutti e 44 gli Stati elencati all’articolo XIV. Di questi, 5 hanno firmato ma non ancora ratificato (Stati Uniti, Israele, Cina, Egitto e Iran); mentre 3 non hanno mai nemmeno firmato (Corea del Nord, India e Pakistan).

Si tratta dunque di Stati che già hanno o che vorrebbero avere un arsenale atomico, la cui avversione al disarmo emerge anche con riguardo al Trattato di non proliferazione nucleare (TNP), concluso nel 1968 ed entrato in vigore nel 1970. L’accordo si basa su tre principi: disarmo, non proliferazione e uso pacifico del nucleare. Stati Uniti e Cina lo hanno firmato senza ratificare, mentre la Corea del Nord si è ritirata nel 2003. Israele, India e Pakistan non hanno invece mai aderito al trattato.

Nei giorni in cui la guerra in Ucraina ha nuovamente alzato i toni della retorica nucleare, la Rappresentanza italiana presso le Nazioni Unite ha mandato un messaggio inequivocabile, ribadendo l’appello per la ratifica universale del CTBT e riaffermando la convinzione che il CTBT, il TNP e l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) siano istituti e istituzioni indispensabili per garantire la pace e la sicurezza internazionali.

Dal 1996 ad oggi i test tradizionali di armi nucleari sono cessati pressoché ovunque, con la non irrilevante eccezione della Corea del Nord. Proseguono invece i cosiddetti test “subcritici”, esperimenti nei quali l’intensità dell’esplosione convenzionale non è sufficiente ad innescare la reazione a catena nel materiale fissile. Formalmente questi esperimenti non si possono considerare dei veri e propri test nucleari, per cui non costituiscono una violazione del CTBT. Il fatto però che spesso vengano effettuati sottoterra e non in superficie rende difficile verificarne la potenza e lascia perciò un margine di incertezza circa la loro effettiva natura e conformità alle norme internazionali.

Elena Nafissi
Elena Nafissi

Laureata con lode in Scienze Politiche presso l’Università Luiss Guido Carli, con una tesi in Diritto dell’Unione europea, dal titolo «Le misure restrittive dell’Unione europea nei confronti della Siria» (2014). Si specializza in Relazioni Internazionali presso l’Università Luiss Guido Carli, sempre con lode, con una tesi in Geografia Politica, dal titolo «Cambiamenti climatici, migrazioni e prospettive di sviluppo in Africa occidentale» (2017). Durante il percorso universitario partecipa al programma Erasmus presso l’Institut d’Etudes Politiques (IEP) di Strasburgo. Successivamente svolge un tirocinio patrocinato dal Ministero degli Affari Esteri presso l’Ambasciata Italiana in Costa d’Avorio. Prosegue la sua formazione con un Master in Studi Diplomatici presso la Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale – SIOI (2018).