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Mediobanca, silenzio eloquente di Pagliaro: presidente nel solco di Cuccia e Maranghi

(Adnkronos) - Il finanziere bretone Vincent Bolloré lo definì "un uomo che segue molto bene i rischi", cosa che "è molto importante".

Renato Pagliaro non è esattamente un ‘glitterato’ della finanza. Il presidente di Mediobanca segue la tradizione della casa che fu di Enrico Cuccia e Vincenzo Maranghi e parla poco. Pochissimo. Di certo non con i giornalisti: non ha mai concesso un’intervista e non partecipa ad eventi istituzionali, a meno che non riguardino la storia dell’istituto, cui è molto legato. L’unica altra carica che ricopre è quella di consigliere della Fondazione Giancarla Vollaro, storica assistente di Cuccia, che finanzia la ricerca scientifica in campo oncologico. Pagliaro è nato a Milano nel 1957, si è laureato all’Università Bocconi in Economia Aziendale ed è entrato in Mediobanca subito dopo, nel 1981. Ha fatto tutta la carriera interna, sotto l’ala di Maranghi, fino a diventare presidente del consiglio di gestione, nel 2007-2008, per poi arrivare alla presidenza nel 2010, dopo l’uscita di Cesare Geronzi, che andò alle Generali.

Il finanziere bretone Vincent Bolloré lo definì “un uomo che segue molto bene i rischi”, cosa che “è molto importante”. Marco Tronchetti Provera, presidente della Pirelli e all’epoca vicepresidente di Mediobanca, sottolineò che si tratta di “una persona per bene” e “competente”. E’ un presidente di grande preparazione tecnica, apprezzato dal consiglio e molto rispettato nella finanza milanese. Da anni non ricopre incarichi operativi, ma tuttora partecipa ai brain-storming sull’attività operativa della banca. L’uomo Pagliaro ha uno stile di vita piuttosto austero, malgrado la remunerazione del presidente di Mediobanca non sia trascurabile (per l’esercizio 2020-2021 ha percepito quasi 2,3 mln di euro, lordi).

Va tuttora al lavoro in sella ad una Vespa o in bicicletta, come fa da molti anni: non ha bisogno di venire in auto per schivare gli eventuali giornalisti appostati in piazzetta. Tanto, anche se qualche temerario si avventura a fargli una domanda, non risponde mai: una delle pochissime volte che proferì parola fu per non commentare le voci che lo indicavano come prossimo presidente, il 23 marzo 2010. “No – disse ai cronisti che gli chiedevano un commento – vado a mangiare una pizza”. L’Adnkronos lo ha intravisto a bordo di una berlina di servizio solo in un’occasione, all’abbazia di Chiaravalle, un po’ fuori mano, quando Mediobanca organizzò un evento nella struttura, della quale ha cofinanziato i restauri e dove è sepolto Raffaele Mattioli, patron della Comit e mentore di Cuccia.

Pagliaro in passato ha curato personalmente deal importanti: l’ultimo noto è Telco, la holding che mise in sicurezza Telecom Italia, gruppo che, notò l’allora condirettore generale di Mediobanca nel 2004, “può contare su uno dei talenti nazionali, quello di passare minuti al telefono”. E’ un uomo riservato. Di lui si sa molto poco: è sposato e non ha figli. Gli piace giocare a tennis. E’ noto che ama viaggiare, sembra soprattutto nelle Americhe e in Europa. Dovrebbe possedere una casa a New York, ma parla molto poco di sé. Se ne conosce un unico vizio: era (forse è ancora) un fumatore, di Marlboro rosse.

E’ un presidente di poche parole, ma quando parla non dice banalità. Una volta osservò, rispondendo ad un azionista in assemblea, che è “innaturale” che una banca fosse la principale azionista del Corriere della Sera, quale era Mediobanca prima che Urbano Cairo prendesse il timone della Rcs Mediagroup. Osservazione che denota, quantomeno, sensibilità democratica. Anche questa nello stile della casa: l’assemblea di bilancio di Mediobanca si svolge tutti gli anni il 28 ottobre, anniversario della Marcia su Roma: durante il fascismo era festa nazionale e Cuccia, genero di Alberto Beneduce, volle che fosse sempre un giorno lavorativo nella sua banca. Un’altra volta, nel 2008, notò che “mediamente, in Italia, l’imprenditore ha più capacità del management professionale”.

Pagliaro, che non è un volto molto noto al grande pubblico data la (volutamente) scarsa esposizione mediatica, a volte gira a piedi per le zone periferiche di Milano, per osservare come vivono le persone di altre classi sociali. Uomo dalla forte etica del lavoro, può risultare abrasivo quando gli capita di parlare liberamente ad un pubblico non ‘finanziario’. Una volta, nel 2012, disse agli studenti del Liceo Carducci di Milano, che avrebbero dovuto dimenticarsi “il posto fisso. Non esiste un dovere delle aziende ad assumere e non snobbate i lavori manuali, perché è meglio un buon barista di un avvocato svogliato”, come riportò all’epoca Il Sole 24 Ore. E ancora: “Se pensate di lavorare per godervi lo stipendio nel tempo libero cascate malissimo, perché uno deve andare al lavoro volentieri, dare il meglio di sé divertendosi. E, se pensate che siano otto ore di non vita, finirete per perdere il lavoro”. Li esortò anche a lavorare la domenica. Gli adolescenti rumoreggiarono, pare.

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Redazione Press Italia
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