La pericolosità degli abiti di ultra-fast fashion: il caso Shein

Un’indagine appena pubblicata da Greenpeace denuncia la presenza di sostanze chimiche oltre i limiti fissati dalla normativa europea nei capi del marchio cinese low cost

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Foto di Cristobal Olivares – Greenpeace

Acquistare capi di abbigliamento a prezzi stracciati fa sicuramente bene alle nostre finanze, ma possiamo dire lo stesso della nostra salute? E dell’ambiente? Purtroppo, la risposta di Greenpeace è un deciso «no». Infatti, l’organizzazione ambientalista ha appena diffuso un rapporto in cui illustra i risultati dell’indagine condotta sui prodotti del marchio SHEIN, azienda di abbigliamento cinese che vende online a prezzi molto più che concorrenziali. Prezzi così bassi da suscitare non pochi dubbi sulla qualità dei capi e sui metodi di produzione, in termini sia di impatto ambientale sia di tutela dei lavoratori e dei consumatori.

Su 47 prodotti SHEIN acquistati in Italia, Spagna, Germania, Austria e Svizzera e fatti analizzare presso un laboratorio indipendente, 7 hanno fatto registrare quantità di sostanze chimiche pericolose superiori ai livelli massimi consentiti dalla normativa europea. Il caso più grave riguarda un paio di stivali da neve, rispetto ai quali le analisi hanno rivelato la presenza di DEHP (un composto appartenente al gruppo degli ftalati) pari a 685.000 mg/kg, ossia 685 volte oltre il limite di legge di 1.000 mg/kg fissato dal regolamento REACH dell’Unione europea (Registration, Evaluation, Authorisation of Chemicals). Gli ftalati sono un gruppo di molecole largamente impiegate come agenti plastificanti e sono considerati potenzialmente pericolosi in quanto interferenti endocrini, in grado cioè di alterare il corretto funzionamento del nostro apparato endocrino. Un altro paio di stivali ha mostrato un rilascio di nichel 3 volte superiore ai limiti consentiti, mentre in un tutù colorato per bambina è stata trovata formaldeide in concentrazioni oltre la norma. Altri 15 prodotti hanno mostrato quantità di sostanze chimiche ad un livello conforme ma comunque preoccupante, perché molto prossimo ai limiti massimi previsti dal regolamento REACH.

Grazie ad una pervasiva strategia di influencer marketing sui social network, negli ultimi due anni il marchio SHEIN è cresciuto in maniera esponenziale: un successo basato su un modello di business che ogni giorno mette in commercio migliaia di nuovi modelli, capi di bassa qualità letteralmente “usa e getta”, destinati per lo più ad un pubblico di giovanissimi. Questo modello di business genera enormi quantità di rifiuti tessili inquinanti, per lo più realizzati con materiali sintetici derivanti dalla raffinazione dei combustibili fossili e, come si legge nel rapporto di Greenpeace, senza un adeguato controllo sulla gestione delle sostanze chimiche pericolose usate nel processo produttivo. Si tratta, come denuncia l’organizzazione, di un business incentrato sullo sfruttamento delle persone, basato sulla mancata applicazione delle normative a tutela della salute e della sicurezza di lavoratori e consumatori, nonché delle normative a tutela dell’ambiente.

«Il fast fashion è da considerarsi incompatibile con un futuro rispettoso del pianeta e dei suoi abitanti. L’ultra-fast fashion addirittura aggrava gli impatti del settore e accelera la catastrofe climatica e ambientale. Per questo, deve essere fermato subito – afferma Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace Italia – Chiediamo all’Unione Europea di applicare le leggi vigenti sulle sostanze chimiche pericolose, un requisito fondamentale per lo sviluppo di una vera economia circolare, e di attivarsi per eliminare il fast fashion, come indicato nella strategia europea sul tessile. È inoltre necessario intervenire sullo sfruttamento della manodopera, sulle gravi conseguenze ambientali nelle fasi produttive e, infine, sulla gestione dei rifiuti a fine vita. Tutti questi aspetti devono essere affrontati urgentemente con un approccio simile a quello attualmente in discussione sulla plastica, che affronti finalmente la gigantesca impronta ecologica dei settori del tessile e della moda».

Elena Nafissi
Elena Nafissi

Laureata con lode in Scienze Politiche presso l’Università Luiss Guido Carli, con una tesi in Diritto dell’Unione europea, dal titolo «Le misure restrittive dell’Unione europea nei confronti della Siria» (2014). Si specializza in Relazioni Internazionali presso l’Università Luiss Guido Carli, sempre con lode, con una tesi in Geografia Politica, dal titolo «Cambiamenti climatici, migrazioni e prospettive di sviluppo in Africa occidentale» (2017). Durante il percorso universitario partecipa al programma Erasmus presso l’Institut d’Etudes Politiques (IEP) di Strasburgo. Successivamente svolge un tirocinio patrocinato dal Ministero degli Affari Esteri presso l’Ambasciata Italiana in Costa d’Avorio. Prosegue la sua formazione con un Master in Studi Diplomatici presso la Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale – SIOI (2018).