Accordo storico per proteggere la biodiversità alla COP15 di Montreal

La conferenza, promossa dalle Nazioni Unite, si chiude con l’impegno a proteggere il 30% del Pianeta entro il 2030 e a tutelare i popoli indigeni

Non manca però qualche ombra, come l’assenza di un meccanismo di monitoraggio e sanzione.

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Foto di Alain Audet da Pixabay

I rappresentanti degli oltre 190 Paesi che fanno parte della Convenzione delle Nazioni Unite sulla biodiversità, firmata a Rio de Janeiro nel 1992, si sono riuniti a Montreal, in Canada, per formulare nuovi obiettivi condivisi a tutela dell’ambiente e della biodiversità. Le negoziazioni si sono concluse con un accordo che da più parti è stato definito «storico», in quanto impegna la comunità internazionale ad invertire la rotta dopo decenni di distruzione e degrado delle risorse naturali essenziali per l’umanità. L’accordo risponde all’appello lanciato in apertura della conferenza dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, che aveva chiesto un «patto di pace con la natura», con «obiettivi quantificati e mirati che affrontino le cause profonde di questa distruzione».

La parte più rilevante dell’accordo riguarda l’impegno ad estendere entro il 2030 lo status di area protetta ad almeno il 30% delle terre emerse, delle acque interne e dei mari, innalzando quindi in maniera significativa la soglia attualmente protetta, pari al 17% delle aree terrestri e all’8% di quelle marine.

Un altro punto importante concerne la tutela dei diritti dei popoli indigeni, che vedono così riconosciuto il loro ruolo di esperti conoscitori della natura e di preziosi custodi degli ecosistemi. L’accordo garantisce infatti che qualsiasi uso sostenibile dell’ambiente sia pienamente compatibile con gli obiettivi di conservazione. Questo passaggio risponde alle critiche giunte nei giorni scorsi da alcune ONG come Amnesty International e Survival International, preoccupate che l’estensione delle aree protette possa sradicare le popolazioni indigene dai territori in cui vivono, mettendo così a repentaglio la loro sopravvivenza.

Poiché l’uomo ha già distrutto vaste parti del Pianeta, l’accordo di Montreal sancisce inoltre l’impegno a ripristinare entro il 2030 almeno il 30% degli ecosistemi degradati dalle attività antropiche e ad intervenire massicciamente per ridurre l’inquinamento. In particolare, i firmatari sono chiamati a ridurre di almeno il 50% i rischi derivanti dall’uso di pesticidi e sostanze chimiche pericolose, anche attraverso il controllo dei parassiti. Si tratta di un punto importante, che fa seguito alla richiesta degli scienziati di intervenire sui rischi piuttosto che sui quantitativi, poiché alcune sostanze risultano molto pericolose anche in piccole dosi.

Uno dei nodi più dibattuti ha riguardato la questione dei finanziamenti. Dopo lunghe contrattazioni, è stata accolta la proposta di legare gli aiuti internazionali agli impegni assunti, perciò maggiori ambizioni di tutela ambientale si tradurranno in maggiori sussidi per poterle concretamente attuare. Intanto, i Paesi ricchi si impegnano a fornire almeno 20 miliardi di dollari all’anno entro il 2025 e almeno 30 miliardi entro il 2030, pari al doppio e al triplo degli attuali aiuti internazionali in materia di biodiversità. La COP15 ha inoltre approvato la creazione di un nuovo ramo del Fondo mondiale per l’ambiente, dedicato proprio all’attuazione dell’accordo raggiunto a Montreal, il quale rappresenta un’alternativa al fondo per la gestione del cambiamento climatico che dovrebbe essere creato per aiutare i Paesi più poveri e vulnerabili ma che ancora tarda ad essere costituito.

L’accordo è stato accolto da più parti con grande soddisfazione. «Accolgo con favore il risultato storico della COP15. Fornisce una buona base per un’azione globale sulla biodiversità, integrando l’accordo di Parigi per il clima. Ora il mondo ha un doppio binario d’azione per un’economia globale sostenibile entro il 2050. Il Green Deal europeo, in quanto strategia di crescita dell’Europa, ci pone in prima linea in questa trasformazione economica globale» ha detto la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.

Eppure, non mancano le zone d’ombra che gettano qualche perplessità sull’effettiva attuazione degli impegni assunti. Uno dei principali elementi di delusione riguarda la mancanza di un sistema di controllo delle politiche nazionali e dei loro risultati: l’accordo di Parigi sul clima ha già dimostrato quanto sia aleatorio affidarsi al senso di responsabilità delle parti, in assenza di un meccanismo ad hoc di monitoraggio e sanzioni.

Elena Nafissi
Elena Nafissi

Laureata con lode in Scienze Politiche presso l’Università Luiss Guido Carli, con una tesi in Diritto dell’Unione europea, dal titolo «Le misure restrittive dell’Unione europea nei confronti della Siria» (2014). Si specializza in Relazioni Internazionali presso l’Università Luiss Guido Carli, sempre con lode, con una tesi in Geografia Politica, dal titolo «Cambiamenti climatici, migrazioni e prospettive di sviluppo in Africa occidentale» (2017). Durante il percorso universitario partecipa al programma Erasmus presso l’Institut d’Etudes Politiques (IEP) di Strasburgo. Successivamente svolge un tirocinio patrocinato dal Ministero degli Affari Esteri presso l’Ambasciata Italiana in Costa d’Avorio. Prosegue la sua formazione con un Master in Studi Diplomatici presso la Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale – SIOI (2018).