Un tv movie su Rai 1 per ricordare l’eccidio delle Foibe e il dramma degli esuli italiani.
Si è tenuta stamane, presso il Circolo Sportivo della RAI in Roma, la presentazione alla stampa del tv movie “La bambina con la valigia”, in onda su Rai 1 in prima serata il 10 febbraio, in occasione del Giorno del ricordo in memoria delle Vittime delle foibe, dell’Esodo Istriano, Fiumano, Giuliano e Dalmata. La regia è di Gianluca Mazzella ed il film è tratto dal libro omonimo di Egea Haffner, Gigliola Alvisi, edito da Piemme-Mondadori. Soggetto e sceneggiatura sono di Andrea Porporati. Notevole il cast, con Claudia Vismara (Ersilia), Sara Lazzaro (Ilse), Sandra Ceccarelli (Maria), Petra Bevilacqua (Egea minore), Sinead Thornhill (Egea 18enne), Mattia Teruzzi (Giovanni 20), Davide Strava (Alfonso), Enrica Rosso (Paolina), Anita Kravos (Madre superiora), Roberta Sferzi (Egea 60enne), Andrea Bosca (Kurt).
Tutto inizia da una fotografia in bianco e nero del 6 luglio 1946 che ritrae una bambina: in mano ha una valigia con la scritta “Esule Giuliana”. Si chiama Egea Haffner e la sua storia comincia quando il padre scompare, probabilmente inghiottito nelle Foibe.
Nella memoria di Egea si riflette il dramma di tutti quelli costretti a lasciare la propria casa: è l’inverno del 1944 e i bombardamenti si susseguono sulla città di Pola e sul porto, obiettivo militare importante, strategico per la difesa dell’Italia del nordest, di cui la Venezia Giulia e l’Istria fanno parte. La vita della piccola Egea Haffner, a parte le occasionali fughe nel rifugio, prosegue come in una favola: c’è la villa dei nonni paterni, gli Haffner, e la gioielleria in centro dove lavora suo padre Kurt.
Nella primavera del 1945 la guerra finisce e le cose sembrano cambiare in meglio. Nell’Istria a prevalere sono i cosiddetti “Titini”, l’esercito messo insieme dal maresciallo Tito, che occupa tutta la regione giuliana, fino ad allora parte dell’Italia fascista. Una notte che doveva essere di festa si trasforma però nell’inizio di un dolore fortissimo per la piccola Egea. Qualcuno bussa forte alla porta di casa. Sono due uomini in una divisa, due Titini, e sono venuti a cercare Kurt: “Solo una formalità, un controllo”, dicono. Kurt li segue con un sorriso rassicurante per la moglie e la figlia, ma in quella casa non tornerà più.
La voce su che fine abbia fatto il papà di Egea si diffonde nei giorni successivi a Pola: potrebbe essere una delle vittime cadute nelle Foibe, spaventose voragini carsiche che cominciano a tormentare i sogni della bambina.
È solo l’inizio: in seguito alle numerose aggressioni nei confronti degli italiani considerati fascisti, Egea è costretta a lasciare la sua terra e ad affrontare un futuro incerto a Bolzano, accudita dalla nonna Maria e dalla zia Ilse, che l’ama come una figlia. La sua vera mamma, Ersilia, sceglie invece di trasferirsi in Sardegna per aprire un negozio di parrucchiera ed emanciparsi dalla famiglia Haffner, dalla quale non si è mai sentita accettata.
A Bolzano Egea crescerà, scoprendo sulla propria pelle il dramma dello sradicamento, dell’esodo che accomunò più di 250 mila persone delle comunità italiane giuliano-dalmate e istriane, costrette a lasciare la propria casa e a ricostruire un nuovo futuro.
“La bambina con la valigia” è una produzione Clemart in collaborazione con Rai Fiction. L’opera è stata realizzata con il contributo del Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell’audiovisivo.
Chiudiamo con una dichiarazione del regista, Gianluca Mazzella:
<<Quando mi hanno proposto di dirigere “La bambina con la valigia”, il film sulla vita di Egea Haffner, mi sono bastati pochi minuti di ricerca online per realizzare l’importanza dell’opportunità che avevo davanti. È bastato digitare il nome della signora Haffner su un motore di ricerca per ricevere istantaneamente l’invito a sfogliare centinaia di pagine web, diverse tra loro ma tutte concordanti su un punto: la conoscenza della vita di Egea Haffner restituisce l’esatta percezione di cosa abbia significato l’esodo istriano sulla pelle di chi lo ha vissuto in prima persona. Ho subito realizzato che raccontando in un film la vita di quella donna e della sua famiglia sarebbe stato per me possibile contribuire alla divulgazione di un evento di portata gigantesca, una pagina molto drammatica della nostra storia recente ancora troppo poco conosciuta dalla maggioranza degli italiani. Quando poi, successivamente, ho incontrato personalmente la signora Haffner, ho avuto la definitiva conferma che la sua storia meritasse di essere raccontata, dopo libri, documentari ed interviste, per la prima volta, anche da un film. Ci siamo incontrati a Rovereto, città in cui vive oggi, e di fronte ad un buonissimo strudel fatto in casa da lei stessa, in qualche ora di amabile conversazione, ho percepito tutta la sua passione e capacità comunicativa. La semplicità con la quale Egea racconta gli episodi della sua vita, così come descritti perfettamente nel suo libro autobiografico da cui è tratto il nostro film, rende comprensibili in maniera empatica e immediata tutti i suoi stati d’animo, tutte le sue emozioni. Sia che si tratti di episodi minimalisti della sua vita privata sia che racconti i grandi eventi storici che hanno coinvolto migliaia di altre persone, le pagine del libro sono una fonte ottimale per essere trasferite sullo schermo. Inoltre la vita di Egea, aldilà del traumatico contesto storico in cui si è svolta, è materia ideale per raccontare una vicenda familiare appassionante. Un padre perso prematuramente in circostanze drammatiche, uno zio affettuoso, ma soprattutto una madre, una nonna ed una zia molto diverse tra loro ma tutte con caratteristiche psicologiche molto interessanti da approfondire e tutte, in modi diversi, determinanti per la crescita della bambina Egea. Un universo prevalentemente femminile che ha accompagnato Egea durante gli eventi molto drammatici della sua vita come la perdita del padre, l’esodo dalla amata città di Pola e il difficile inserimento da esuli in una città nuova e sconosciuta ripartendo da zero. È stato per me appassionante raccontare la vita della “bambina con la valigia”, così densa di momenti difficili e fortificanti sia nell’intimità della sua sfera familiare che nel drammatico contesto storico in cui si svolse. Spero di essere riuscito a replicare, con un mezzo espressivo differente, la stessa forza dirompente del libro ed è per me un vero onore, in punta di piedi, con tutto il rispetto necessario quando si racconta la vita di altri, associarmi alla sua missione divulgativa.>>
