Mirco Bonucci, “One man band”

Mirco Bonucci, insegnate di chitarra moderna, autore di libri didattici per questo strumento e docente del “Linguaggio artistico” all’Univeristà dei Sapori di Perugia, esordisce per i tipi della “FUTURA EDIZIONI”  con la sua prima raccolta di prosa e poesia , che ha presentato in occasione del XXIX Salone Internazionale del libro di Torino. A corredo del volume alcuni acquerelli dello stesso autore che introducono le singole parti letterarie. Il piacere di ascoltare un’orchestra sia essa di musica pop o sinfonica, è godere degli improvvisi passaggi ch’essa compie da un genere all’altro da uno stile all’altro donando emozioni alterne. Nello stesso pezzo o brano sinfonico ci è data la possibilità di sentire degli “a solo” così come l’intensità dei suoni emessi da tutti gli strumenti insieme. Parimenti lo stesso pezzo o brano arrangiati diversamente, offrono spunti di godimento e riflessione. L’“One man band” Mirco Bonucci – è esso stesso un’orchestra che indifferentemente passa dalla prosa alla poesia, dalla musica alla pittura, variegando i generi in una miscellanea di armonie che arpeggia con disarmante disinvoltura. Lì dove i fiati sembrano  prendersi gioco della vita, evocativo dell’infanzia è lo sfregamento  splenico degli archi; lì dove prendono corpo le risonanze dei legni che soffiano sul cupo presente contrappuntato dalle percussioni, Mirco Bonucci disegna un pentagramma le cui chiavi di lettura sono l’ironia (“Guardo il mio ventre[…]/e non mi vergogno”), la fatica dell’uomo d’adeguarsi ai tempi (“Filastrocca del cellulare”) ed ancor più socraticamente, fingere di sapere non sapendo nulla (“La Milfona”). Ma è la nostalgia che cavalca il nostro nel momento in cui essa diviene rimpianto nel ricordare i luoghi dell’infanzia, l’antica via cui il tempo ha dato forme diverse come dune percosse dal vento, nessuna mai uguale a se stessa. E’ la memoria che scava, erode e conserva momenti d’un vissuto che continua a vivere. E qui la parola s’erge alla più alta sua sonorità nell’evocare spazi, attimi e luoghi (“Chissà se riconoscerai i miei passi da adulto[…]”) nella consapevolezza che tutto colà è iniziato. E dipinge con verbo che trasuda affetto mai sopìto, quella strada che è il micro/macrocosmo del Nostro che inizia a prendere contatto con quanto, non solo lo circonda, ma gli appartiene e che fa suo, pur condividendolo, non senza una malcelata gelosia. La storia di Mirco Bonucci si evolve…nelle storie di tutti, solleticando recondite e rimosse ricordanze, ove confluiscono moti dell’animo e fuggevoli sguardi, cui solo il cuore e l’occhio dell’ “uomo/bambino” che volentieri si commuta in “bambino/uomo” regrediscono con sapienza, financo nel linguaggio (da “Petizione”: “Ridatemi l’albero, Sig. Sindaco [,..]”) , non senza studiata e semplice ingenuità. E nell’evocazione di “quello che fu”, alterna prosa dolente ed ironica a mesta poesia, nel pudìco non tacere della sua penna, a coronamento del suo trascorso, traccia l’ellisse – ove appena si coglie una silenziosa pausa negli accordi – d’una esistenza che non disconosce continuità nel suo divenire. La divinazione che investe il suo scrivere si esalta nell’affrontare l’ “humanitas”, qui incentrata su un ideale di umanità positiva, sfogliando d’ogni speculativo significato il reale senso del suo suono; un arpeggio (“[…] mi cerca, mi trova, mi abbraccia[…]”) che stona violentemente nel momento in cui la “pietas” viene insultata (“[…] briciole di povertà/urlano/la loro indignazione.”). Né poteva mancare, nella raccolta di scritti, l’ode alla musica – non perché compositore e rielaboratore di testi di musica popolare – in quanto essa segna indelebilmente il suo procedere; quel corpo ch’egli ha deriso (“[…] paladino della pinguedine/mi ergo e mi espando[…]”) assume con il suo abbellimento musicale una dimensione onirica ed estasiata laddove “le note cercano il cielo e lo trovano, corrono veloci e felici a riempire il mondo di nuovi suoni”…e grati gli siamo per queste arcane ed al tempo stesso trasparenti grazie.