Dal 10 al 31 maggio 2021, tutti i lunedì, alla Casa del Cinema, “Alida 100”, per ricordare il centenario di Alida Valli, all’anagrafe Alida Maria Laura Altenburger, nata a Pola il 31 maggio 1921

Alida 100La rassegna ha l’ambizione di proporre un originale percorso cinematografico di un’attrice più unica che rara. «L’attrice più amata dagli italiani», come l’ha definita giustamente Dino Risi, ha avuto una carriera straordinaria che può essere riletta come una sorta di film nel film, dal cinema dei telefoni bianchi a quello hollywoodiano, per poi rimettersi coraggiosamente in discussione con importanti autori (Visconti, Antonioni, Pasolini, Bertolucci, Pontecorvo, Brusati, Zurlini, Argento, etc.). Come ha scritto Oriana Fallaci, «la sua storia è in fondo la nostra storia: fascismo e telefoni bianchi, dopoguerra e processo Montesi, sconfitte e fughe in America a cercar nuova vita». Il suo è il «volto d’Europa: così stanco eppure così vivo, così amaro eppure così dolce, così consapevole di colpe, mortificazioni, speranze, virtù». La sua vita poi s’intreccia indissolubilmente con quella del Centro Sperimentale di Cinematografia. L’attrice, infatti, è entrata nell’allora neonato Centro Sperimentale nel 1936 e diversi anni dopo con il capolavoro di Soldati, “Piccolo mondo antico” (1941), ha vinto la Coppa Volpi. A vestirla è stato il grande costumista e scenografo per il cinema e per il teatro Gino Carlo Sensani, che dal 1935 fino alla sua morte nel 1947 ha tenuto la cattedra di costume al Centro Sperimentale di Cinematografia. E l’aula di costume del Centro è non a caso dedicata a lui e a Maria de Matteis. Proprio come gli strani fili della vita e dell’arte che s’intrecciano, è stata poi proprio la Biblioteca Luigi Chiarini a ospitare e archiviare il preziosissimo fondo dell’attrice che rappresenta per gli storici un’occasione unica ed eccezionale perché permette di recuperare e di incrociare una grande quantità e qualità di fonti per rivisitare la carriera di Valli e studiare per la prima volta aspetti della sua vita e del suo divismo, che finora erano rimasti sconosciuti o inaccessibili ai ricercatori. Il Fondo Alida Valli, donato dai figli Carlo e Lorenzo De Mejo alla Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia tra il 2015 e il 2016, ha permesso la realizzazione di quel magnifico ‘Bianco e nero’ n. 586 dedicato interamente all’attrice. Last but not least: i festeggiamenti di Alida Valli non si fermano qui a maggio. Perché nel mese di agosto, durante la programmazione estiva dell’Arena della Casa del Cinema, verrà proiettato il toccante documentario “Alida” (2020) di Mimmo Verdesca.

Lunedì 10 ore 16:00 “Luce nelle tenebre”, di Mario Mattoli (1941, 83’)
L’ingegnere minerario Alberto Serrani (Fosco Giachetti) conosce per caso le figlie di un medico, Marina (Alida Valli) e Clara Ferri (Clara Calamai). Le due sorelle hanno delle personalità molto diverse: la prima è semplice, spontanea e discreta, l’altra è superficiale e vanitosa. L’uomo si innamora di Clara e le chiede di sposarlo. Ma il matrimonio viene rimandato perché Serrani è costretto a partire per il Turkestan dove dirigerà una miniera. Mentre è lontano, l’ingegnere scrive delle lettere d’amore piene di passione alla sua promessa sposa, ma la donna scappa con un musicista, suo vecchio amante. In seguito a un incidente in miniera, Serrani viene gravemente ferito agli occhi e, quindi, ricondotto in Italia. Qui lo assiste amorevolmente Marina che, avendo una voce molto simile alla sorella, gli fa credere di essere lei. Una delicata operazione chirurgica restituisce però la vista e… Con questo film, Mario Mattoli iniziò il ciclo dei Film che parlano al vostro cuore, che avranno nella Valli, una delle protagoniste, dove il dramma, la malinconia, le incomprensioni e il lieto fine saranno gli ingredienti più comuni.

ore 18:00  “Piccolo mondo antico”, di Mario Soldati (1941, 106’)
Lombardia, negli anni tra il 1848 e il 1859. Franco Maironi (Massimo Serato) sposa, contro il volere della marchesa sua nonna (Ada Dondini), Luisa (Alida Valli), orfana di padre e nipote di un imperial regio ingegnere, lo zio Piero (Annibale Betrone). Nasce una bimba, Ombretta (Mariù Pascoli), ma la nonna disereda Franco e riesce anche ad ottenere il licenziamento dello zio, unico sostegno della famigliola. Questa cade in miseria e Franco lascia Oria, sul lago di Lugano, per Torino, dove trova lavoro. Un giorno, mentre Luisa è uscita per affrontare la marchesa, denunciando l’esistenza di un testamento a favore di Franco, Ombretta annega nel lago. Luisa, razionalista, si chiude nel suo dolore ma… «La verità è che noi tutti eravamo un po’ in apprensione per questo film […], noi che siamo passati nell’aura di quel mondo fogazzariano. Bisognava tradurre senza tradire, voltare in una forma esteriore e visiva, per la quale non era stata fatta, un’immaginazione letterariamente eclettica e realista, ma piena di profonde risonanze musicali e poetiche […]. Ebbene per me l’assunto è pienamente riuscito. […] Soprattutto è riuscita la parte più gelosa e più difficile: la drammatizzazione visiva dei personaggi di Franco e Luisa e del loro conflitto […]. Non solo, ma più ancora di questo, do atto agli autori del film di aver trasfuso […] quel senso […] di un presente arcano nelle luci del lago, nell’ombra delle notti, nella concatenazione di quei destini, che guida la mente sino alla soglia degli imperscrutabili disegni di Dio […]. Alida Valli ci ha dato una splendida Luisa, tenera, forte, vibrata, schiva, alla cui tragica maternità la sua estrema giovinezza aggiunge compassione senza togliere grandezza. Massimo Serato è fisicamente un Franco ideale, ed è bravissimo: il suo stile espressivo ha una distinzione rara e una sobrietà esemplare» (Filippo Sacchi).

Lunedì 17 ore 16.00 “La vita ricomincia”, di Mario Mattoli (1945, 89’)
Un reduce dalla prigionia torna dopo anni di assenza nella propria casa e nel grande scoraggiamento che lo pervade, ha la gioia di ritrovare intatto l’affetto della propria moglie e del figlio. Ma quando sta per ricostruirsi faticosamente una posizione, viene a scoprire che la donna, durante la sua assenza fu costretta a vendersi per salvare il bambino da una grave malattia. «C’è una furba aderenza del dialogo a circostanze ed eventi di questo tormentato dopoguerra. C’è un’impressionante visione di Cassino distrutta che Mattoli ha saputo inserire nella parte iniziale della vicenda senza darle un freddo tono documentario ma facendola balzar viva, in tutta la sua raccapricciante crudezza avanti agli occhi sbigottiti degli spettatori» (Achille Valdata). Presentato al Festival di Locarno, il film fu acquistato dalla MGM che nel 1947 lo distribuì nelle sale cinematografiche di New York. Con questo film David O. Selznick, che la volle accanto a Gregory Peck e Charles Laughton nel film Il caso Paradine (1947) di Alfred Hitchcock.

ore 18:00 “Senso”, di Luchino Visconti (1954, 121’)
«Il breve racconto di Camillo Boito (1883) ha fornito a Visconti la materia del suo miglior film e di uno dei capolavori del cinema italiano. […] L’intrigo di Senso mostra l’inabissamento di due personaggi nel loro amore, qualificato da loro stessi come triste e vergognoso e che condurrà alla loro distruzione reciproca. Sono l’uno per l’altra la prigione e il carnefice. L’intera loro avventura si svolge a lato della Storia, a cui la loro ignavia, la loro passività e una sorta di maledizione sociale impediscono di prendere parte. Sono i rappresentanti impotenti ma lucidi di un mondo che sta scomparendo. In loro il positivo è morto: ecco perché è difficile parlare al loro proposito di melodramma o di opera. Evidentemente l’opera è la referenza estetica dominante che accompagna la loro traiettoria, ma agisce come un requiem il cui lirismo gelido e funebre non consente di provare nei loro riguardi la minima pietà. Visconti pone sui suoi personaggi uno sguardo freddo e distaccato, li descrive in lunghe scene non dinamiche dove abbondano i piani d’insieme e che frappongono fra loro e lo spettatore il massimo distacco che autorizzi la messa in scena. Sul piano estetico, la riuscita del film (malgrado le difficoltà e gli ostacoli che ha incontrato Visconti) si avvicina alla perfezione. I due interpreti principali sono indimenticabili e Alida Valli prolunga con una coerenza profonda il ruolo che teneva in Piccolo mondo antico e quelli di Isa Miranda all’epoca del calligrafismo. La stessa raffinatezza caratterizza le scene intime del film e i ‘quadri di guerra’. Questi ultimi figurano fra i più belli di un genere che il cinema, a quell’epoca, esitava a trattare a colori» (Jacques Lourcelles).

Lunedì 24 maggio ore 16:00 “Il grido”, di Michelangelo Antonioni (1957, 115’)
Abbandonato dalla compagna, l’operaio Aldo si mette in viaggio con la figlia per cercare un lavoro che non riesce a trovare. Vivrà brevi avventure sentimentali e proverà a tornare con la compagna che lo respinge di nuovo… «In questo film, in cui pure si ritrova la tematica che mi è cara, pongo il problema dei sentimenti in modo diverso. Mentre prima i miei personaggi spesso si compiacevano dei loro dispiaceri e delle loro crisi sentimentali, nel Grido abbiamo a che fare con un uomo che reagisce, che cerca di spezzare l’infelicità. Per questo ho usato più compassione nel tratteggiare il personaggio» (Michelangelo Antonioni).

ore 18.00 “Strategia del ragno”, di Bernardo Bertolucci (1970, 98’)
Athos Magnani arriva a Tara per cercare la verità sulla morte del padre, ucciso dai fascisti nel 1936. «“Tara” è come la parola detta da un bambino che incomincia a parlare; forse è il modo per dire ‘cara’ alla madre. Non a caso questa città è nata dopo 2 o 3 mesi che avevo iniziato l’analisi, nel momento cioè di grandissimo entusiasmo per la scoperta freudiana. […] Non è assolutamente Parma [il film è girato a Sabbioneta]; Tara rappresenta anzi la rinuncia a Parma, forse perché questo bisogno di condannare la cultura paterna, io l’ho sentito in modo particolare, e credo sia presente un po’ in tutti i miei film» (Bertolucci). «L’opera è fra le più suggestive del nuovo cinema italiano, caratterizzata dalla magica ambiguità delle atmosfere e dall’aerea leggerezza della struttura narrativa che fondendo con grande sapienza un corposo realismo padano e surreali contemplazioni crepuscolari, trasmette un’inquietudine onirica profondamente segnata dalla malinconia di non poter conoscere il perché dei comportamenti umani e a non poter sfuggire alla presenza della morte» (Grazzini).

Lunedì 31 maggio ore 16:00 “Il caso Raoul”, di Maurizio Ponzi (1974, 103’)
Albert (Antonio Pierfederici) ed Elsa (Alide Valli) sono sposati e vivono a Bruxelles. Hanno tre figli: Andrea, Maddalena (Milena Vukotic) e Raoul (Stanko Molnar). Quest’ultimo ha un carattere difficile ed è spesso inspiegabilmente triste. Il suo atteggiamento cambia quando, a undici anni, scopre d’essere stato adottato. Mentre Andrea deve lasciare il paese per trovarsi un lavoro, Raoul conclude gli studi, inizia la carriera di attore e sembra trovare l’agognata serenità nel rapporto con Delia, fino a quando non viene a conoscenza di un insospettabile segreto che riguarda le sue origini… «Ponzi ha studiato a fondo l’opera di Laing e ne ha ricavato una esemplificazione nitida e provocatoria, che si inserisce nel filone inaugurato da Diario di una schizofrenica di Nelo Risi. […] Lo si avverte appassionato e teso, dietro la compostezza di un’esposizione quasi scientifica. Questa pietà frenata dall’impegno di capire a fondo le motivazioni del personaggio è il tono più convincente del film» (Kezich).

ore 18:00 “La luna”, di Bernardo Bertolucci (1979, 140’)
Un affermato soprano americano, Caterina Silveri, dopo la morte del marito e manager Douglas Winter lascia gli Stati Uniti e si stabilisce a Roma con il figlio Joe. Questi, confuso dagli eventi, cade nella spirale della droga. Quando Caterina lo scopre cercherà di riavvicinarsi al figlio ma non sarà un’operazione indolore. «Bertolucci: prendere o lasciare. Ma se si prende, bisogna riconoscere ne La luna uno dei film più radicalmente suoi. […] Qui, infatti, il regista parmigiano splende nel suo cielo personale, in piena libertà di esibire pregi e difetti, genio e sregolatezza tecnica, grandezza e servitù, creatività e ostinata adesione a un eccesso di mitologia personale. […] Certo, il film si avvale scopertamente degli espedienti drammaturgici più risaputi, fra i quali l’agnizione, procedimento caro al teatro latino e greco. Ma questo, se allontana l’opera dalla cronaca stretta del nostro tempo, tende a situarla nel mito, dimensione dove Bertolucci si ritrova benissimo» (Sergio Frosali).